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Il personaggio

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       Gianluca Grignani

Placcaggio

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              Malika Ayane
International
SENZA VOLTO E SENZA VOCE: LE POPOLAZIONI INDIGENE E TRIBALI
La Convenzione Onu 169 e alcune Organizzazioni non Governative, tra cui Survival International (che abbiamo ascoltato), rimangono le uniche ancore di salvezza per quasi 400 milioni di indigeni e tribù che popolano il globo. Tante le iniziative pubbliche, ancora troppo pochi gli impegni concreti dei singoli Governi.

 


servizio di Gabriella Tesoro


Spesso vivono nascosti nei loro territori. Ci sono, ma è come se non ci fossero. Sono discriminati, violati, vittime di soprusi e di razzismo. Si trovano in più di 70 Paesi sparsi per il mondo, soprattutto nel Sud-est Asiatico, America, Africa e Artico. Sono i popoli tribali e indigeni (così vengono chiamati ufficialmente in gergo internazionale), quasi 400 milioni di persone (il 6% dell’intera popolazione mondiale) che ancora oggi lottano per vivere nel proprio territorio, salvaguardare la propria lingua e le proprie tradizioni culturali. In genere vivono a stretto contatto con la natura e sono i più antichi abitatori delle loro terre, le quali, però, sono anche causa della loro persecuzione: il 75% di tutte le materie prime non rinnovabili si trovano proprio sotto i piedi dei nativi, e gli Stati industrializzati non vogliono lasciarsi scappare il prezioso bottino. Dopo secoli di omertoso silenzio, negli ultimi decenni si sono mobilitate le organizzazioni internazionali.


L’ONU e la 169

Il più importante strumento legislativo che difende i diritti dei popoli indigeni è la Convenzione 169, adottata nel 1989 dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), agenzia delle Nazioni Unite. La Convenzione sancisce i diritti fondamentali dei popoli tribali tra cui i diritti sulle terre ancestrali, il diritto di decidere autonomamente del proprio futuro e l’uguaglianza di fronte all’amministrazione e alla giustizia.


Convenzione sottoscritta dall’8% dei Paesi Membri

La Convenzione 169 è una rielaborazione della Convenzione 107 del 1958, anch’essa dedicata alla difesa delle popolazioni indigene. I popoli interessati, però, avevano criticato duramente il trattato perché imponeva solo un’integrazione dei nativi nelle società maggioritarie e non una vera e propria autodeterminazione. Per rimediare a questa grave mancanza durante la stesura della 169 hanno collaborato, seppur indirettamente, i rappresentanti di molti popoli tribali.

Tuttavia dei 173 Paesi membri dell’ILO, solo 20 hanno ratificato la Convenzione; tutti gli altri (tra cui l’Italia) hanno motivato la mancanza adesione in quanto sul proprio territorio non vivono nativi. È facile intuire che la sottoscrizione della Convenzione di tutti gli Stati membri sarebbe stata più che incisiva per le conseguenze indirette: le scelte politiche adottate da un singolo governo ricadono in misura più o meno influente su quelle di politica.


Alcuni, pochi, risultati

Grazie alla Convenzione 169 sono stati raggiunti traguardi importanti: la Bolivia, ad esempio, è governata dall’indigeno Evo Morales. La sua posizione di potere – equivoca sul alcuni fronti – gli ha permesso di rivendicare i diritti delle popolazioni indigene, fino a modificare la costituzione del proprio Paese. In Norvegia è stato istituito il Parlamento del popolo indigeno dei Saami, al quale, ogni anno, viene trasmesso il rapporto sullo stato dell’applicazione della Convenzione. Il Parlamento russo ha chiesto una consulenza all’ILO per una possibile nuova legislazione sui popoli tribali che vivono nella regione. Un po’ poco. Tant’è che sull’efficacia della Convenzione emergono diverse perplessità, prima fra tutte l’esigenza di una legge internazionale che tuteli tutte le popolazioni del mondo. Anche gli stessi Paesi firmatari, ad esempio il Messico o il Cile, spesso non rispettano i diritti fondamentali rivendicati dalla Convenzione. Ad esempio, l’articolo 6 del trattato sancisce il diritto dei popoli tribali ad essere consultati nelle decisioni che li riguardano; ma non dà loro un effettivo diritto di veto.


Survival International

Un’autorevole Organizzazione internazionale non Governativa che tutela i diritti degli aborigeni è Survival International, nata nel 1969. Oggi ha soci in oltre 80 Paesi del mondo tra cui Regno Unito, Italia, Spagna e Germania e produce materiali informativi in 11 lingue. Per il suo impegno umanitario, nel 1989 ha ricevuto il Right Livelihood Award, noto come Premio Nobel Alternativo. Tra i suoi sostenitori ci sono il Dalai Lama, Richard Gere e Colin Firth; mentre in Italia, tra gli altri, Pino Insegno, Riccardo Muti e Claudio Santamaria. Abbiamo intervistato la Dott.ssa Francesca Casella, responsabile italiana delle relazioni estere di Survival International.


“Facciamo pressione sul Governo italiano affinché ratifichi la Convenzione 169”

FRANCESCA CASELLA… WHAT’S UP?

Survival Italia



Com’è nata la vostra organizzazione e quali sono i vostri obiettivi?

Survival è stata fondata nel 1969 a Londra dopo il clamore suscitato da un articolo intitolato “Genocidio”, scritto dal grande giornalista Norman Lewis e pubblicato dal Sunday Times il 3 febbraio dello stesso anno. Lewis aveva investigato sui risultati di un’indagine del governo brasiliano del 1968 che rivelava che in quegli anni interi popoli tribali venivano sterminati nella foresta amazzonica.


Qual è la vostra mission?

Aiutare tutti i popoli indigeni del mondo a difendere le loro vite, le loro terre e i loro fondamentali diritti umani contro ogni forma di persecuzione, razzismo e genocidio. Survival non sostiene la teoria della conservazione dei popoli tribali in uno stato “originario”, né lavora perché essi vivano “protetti” come animali in uno zoo o reperti archeologici in un museo. Vuole semplicemente che il mondo intero riconosca i loro diritti.


In che modo cercate di sensibilizzare la pubblica opinione sui problemi dei popoli tribali?

Ogni giorno, dagli uffici di Survival escono numerosi materiali informativi sui problemi dei popoli tribali e sui loro stili di vita. Inoltre lanciamo campagne di informazione e pressione in tutto il mondo, rivestiamo un ruolo consultivo alle Nazioni Unite come organizzazione non-governativa accreditata, esercitiamo pressioni sui governi, incontriamo uomini politici e partecipiamo alle conferenze in tutto il mondo per portare i problemi dei popoli tribali all’attenzione internazionale. I soci organizzano presidi e manifestazioni davanti alle ambasciate dei Paesi in cui i diritti dei popoli tribali vengono calpestati.


Come vivono nel 2009 le popolazioni indigene e tribali?

Normalmente, sono popoli in larga misura autosufficienti, e vivono delle risorse del proprio territorio: caccia, pesca e raccolta, oppure agricoltura e allevamento su piccola scala. Le loro economie si fondano quasi sempre su una conoscenza molto intima delle loro terre, con cui mantengono un legame inscindibile.


Con quali organizzazioni indigene lavorate a stretto contatto?

Attualmente stiamo seguendo 80 casi specifici, distribuiti grosso modo in 40 Paesi diversi.


Tra le varie popolazioni, quali sono più a rischio?

Tra le campagne più urgenti ci sono quelle per i Dongria Kondh dell’India, per i Guarani del Brasile, i Penan del Borneo, i Boscimani del Kalahari e i popoli isolati del Perù.


Dove sono maggiormente concentrate le popolazioni indigene?

I popoli indigeni sono suddivisi in più di 5.000 popoli diversi e abitano nelle foreste tropicali, nelle praterie, nei deserti così come tra i ghiacci perenni. Alcuni sono indistinguibili dalle società che li circondano. Molti altri, invece, conservano la loro distinta identità pur vivendo da secoli a fianco dei colonizzatori. Alcuni, infine, non hanno mai avuto alcun contatto con il mondo esterno: si tratta certamente dei popoli più vulnerabili del pianeta. Se in molte nazioni i popoli indigeni sono piccole minoranze, in altre rappresentano la maggioranza della popolazione.


Quali sono i popoli nativi che hanno maggiori difficoltà nel rivendicare i propri diritti?

Sono soprattutto quelli più isolati e meno numerosi. Quelli meno organizzati a difendere i propri diritti mediante proprie organizzazioni di rappresentanza e quelli che abitano in territori remoti, ma ricchi di risorse preziose come petrolio, oro e diamanti.

Cosa può fare un semplice cittadino per contribuire alla vostra causa?

Senza l’aiuto dei semplici cittadini, saremmo disarmati! Scrivere lettere di pressione o protesta, firmare le nostre petizioni e aiutarci a dire “basta” agli olocausti più silenziosi della storia è sicuramente il modo migliore che abbiamo per garantire ai popoli indigeni il loro legittimo posto nel mondo.

E poi ci sono ovviamene le donazioni… Sapete, per mantenere la nostra indipendenza e garantire efficacia alle nostre azioni, non accettiamo fondi da nessun governo o partito politico. Tutto quello che facciamo viene finanziato esclusivamente dalle donazioni dei sostenitori e dai proventi delle attività di raccolta fondi gestite dai volontari.


Perché l’Italia si è rifiutata di firmare la Convenzione 169 dell’Onu? E come mai i progetti di legge assegnati alle commissioni estere di Camera e Senato non sono mai stati discussi?

Survival sta facendo una forte azione di lobbying affinché l’Italia firmi la Convenzione ILO 169. Purtroppo, il nostro governo, come quelli di altri Paesi europei, non considera la ratifica di questa Convenzione una priorità. E fa l’errore di pensare che i problemi dei popoli indigeni non ci riguardano perché non abitano dentro i confini della nostra nazione! Ma è vero esattamente il contrario! Ci toccano da vicino in mille modi diversi e anche l’Italia, con le sue aziende, la sua partecipazione ai grandi organismi internazionali e i suoi progetti di cooperazione, si è più volte resa direttamente responsabile di gravissime violazioni ai loro danni.