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di
Elena Del Duca
“Il
colore della paura è Argento”.
La frase, presa come citazione dalla pagina di apertura del sito web
ufficiale dedicato al maestro dell’horror, Dario Argento, riassume
in poche parole quello che il regista di fama internazionale ha
rappresentato per generazioni di appassionati. Da “Profondo
Rosso”,
passando per “Suspiria”
e “Il
fantasma dell’Opera”:
i trailer di queste pellicole che lasciano sempre con il fiato
sospeso, fanno ormai parte dell’immaginario collettivo. Abbiamo
incontrato il genio italiano del thriller cinematografico
contemporaneo che ci ha appassionato attraverso un inedito “file
rouge” che va dai ricordi di un periodo “favoloso”, quello
della collaborazione con Sergio Leone e Bernardo Bertolucci
all’attuale crisi inventiva del cinema nostrano. Buona “visione”
Nella
pagina di apertura del suo sito ufficiale si legge una citazione: “Il
colore della paura è Argento”…
Volevo
precisare che non è mia, ma è una frase dell’autore che cura il
sito…
Sì,
però è bella! Rende l’idea…
(Ride)
Certo!
“Giallo”
è il suo ultimo film, a che cosa fa riferimento questo titolo?
È
un film poliziesco, thriller ma non giallo nel senso di genere. Nella
storia c’è un’idea legata al colore giallo…
Bene,
allora lasciamo la suspense. Il film è stato girato due anni fa e
solo il 29 maggio scorso c’è stata l’anteprima al Fantafilm
Festival di Roma. Uscirà solo in dvd. Perché questa scelta? Ritorna
prorompente la polemica sulle difficoltà di distribuzione dei film
in Italia o a cosa è legata?
Penso
che sia dovuta alla difficoltà di distribuzione che hanno i film in
Italia e anche a quelle incontrate dalla produzione nel realizzare
l’opera cinematografica e nel commercializzarla perché non è
italiana, è americana, quindi sono proprio problemi che ha avuto la
distribuzione durante questi due anni.
A
proposito, per la serie TV americana “Masters of Horror” ha
diretto due film: “Jenifer” e “Pelts” rispettivamente nel
2005 e nel 2006…
Quella
è stata un’esperienza bellissima fatta con tanti amici americani.
“Jenifer” è stato il più venduto dell’anno.
Cosa
le piace e cosa invece non le va a genio degli horror americani?
Mah,
l’horror americano è un po’ troppo facilone, praticamente c’è
sadismo senza nessuna psicologia, c’è violenza. In genere, non è
un granché, è piuttosto sempliciotto e facile.
Qual
è la definizione di Dario Argento di “suspense cinematografica”?
La
suspense è creare emozione nel pubblico. Sottrarre la verità e
tenerla nascosta per far capire e non capire. È
un
po’ complessa. Io penso sempre che la suspense è qualcosa che
l’autore ha dentro di sé e non se la inventa nel corso
dell’esistenza. È uno stile, un modo di raccontare che un cineasta
ha innato.
Abbiamo
di recente intervistato Federico Zampaglione che ha dichiarato di
considerare lei come uno dei registi di riferimento per girare il suo
horror “Shadow”, uscito di recente nei cinema italiani. Ha visto
il film? Cosa ne pensa?
L’ho
visto, il film è interessante.
È
un buon inizio?
Sì,
sì, è un buon inizio.
Molti
appassionati dell'horror italiano degli anni ’70 - ’80 sostengono
che il genere ha smesso inspiegabilmente di essere prodotto nel
nostro Paese. Si può parlare di una certa disaffezione? Perché non
nascono nuovi registi italiani di horror?
Credo
che sia un problema di costi poiché il film horror costano un
pochino più della commedia. Sa, in quest’ultimo caso, si prendono
degli attori, si piazzano davanti alla macchina da presa ed è fatta,
invece il film horror ha bisogno di effetti speciali e di una certa
cura e quindi è stato un po’ abbandonato. Se lei fa caso tra i
cortometraggi, il 70% di essi sono horror. In realtà, c’è una
grande tendenza e desiderio di fare, però poi ci si scontra con i
distributori, con i produttori che non vogliono spendere o non hanno
da spendere perché ci sono queste ultime leggi che colpiscono il
cinema italiano e il cinema di una certa novità che potrebbe essere
rappresentato proprio dall’horror o dal thriller.
Ci
vorrebbe una nuova legge?
Ci
sono manifestazioni quasi tutti i giorni a proposito. Ci vuole per
forza una nuova legge. Se non si fa, il cinema italiano è destinato
a morire o a restare una cosa misera, un piccolo aspetto del panorama
mondiale.
A
Taormina ha tenuto una master class. Quale rapporto ha con
l’insegnamento? Qual è il messaggio che trasmette volentieri ai
giovani cineasti?
Penso
che in questo momento i giovani vogliono sapere come si realizza
questo genere di film e conoscere la mia esperienza professionale. E
io racconterò questo.
La
sua biografia potrebbe essere considerata una buona base di partenza
per la sceneggiatura di un film… me lo conceda…
(Ride)
Certo…
Da
adolescente ha, infatti, abbandonato il Liceo Classico, è scappato
di casa ed è stato costretto a vivere di espedienti; nella sua
permanenza a Parigi, ad esempio, ha lavorato come lavapiatti. C’è
stata un’esperienza di quel periodo che ha poi riversato in uno dei
suoi film, come un personale transfert?
No.
È stata un’esperienza molto passeggera. Poi sono tornato in Italia
è ho ricominciato a studiare ma è stata davvero una vera
esperienza! Ho iniziato a lavorare prestissimo come giornalista, come
critico. La mai carriera è stata abbastanza turbinosa…
Lei
ha appunto un passato di critico cinematografico (collaborava con
“Paese Sera”). Quando poi è passato dall’altra parte, quindi
ha cominciato la sua carriera di sceneggiatore e di regista, qual è
stato il suo rapporto con la critica?
Sono
stato molto perseguitato dalle critiche, quindi è stata una cosa
abbastanza pesante, durata anni. I critici dicevano che i miei film
non erano commerciali, non mi capivano. Erano critici italiani.
Invece all’estero, come in Francia, in Inghilterra, in America ho
avuto una grande risonanza. Ho scritto anche molti libri sui miei
lavori cinematografici. Invece in Italia c’è stata più
difficoltà.
Ha
scritto con Sergio Leone e Bernardo Bertolucci “C’era una volta
il west”: cosa le manca di quegli anni e di quelle collaborazioni
tra maestri del cinema italiano?
Mi
manca un po’ il cinema italiano, che non c’è più, quindi, mi
manca per forza; un cinema sperimentale e “sperimentativo” in cui
si inventava, un cinema anche grandioso, esaltato in tutti i
festival. Anche i colloqui con questi grandi maestri mi mancano
moltissimo. Io ero ragazzino, però rimanevo incantato ad ascoltarli…
Dalla
descrizione che ne ha fatto, emerge un periodo quasi “favolistico”…
Sì,
favoloso: dagli anni quaranta fino alla fine degli anni settanta.
Torniamo
al presente.
Recentemente
è apparso in due episodi della fiction di successo “Tutti
pazzi per amore 2”
nei panni del Presidente di Commissione cattivo che intimoriva molti
alunni e soprannominato “Ugolino”, nome di chiaro richiamo
dantesco… scommetto che si è divertito molto ad interpretare
questa parte!
Sì,
mi sono divertito molto! Me l’ha chiesto il regista, è stato così
insistente e anche così garbato che alla fine ho accettato.
Quali
sono i “veri fantasmi” di cui le persone dovrebbero liberarsi?
I
veri fantasmi sono quelli della cattiva coscienza, del cinismo, del
cattivo del governo, del razzismo…
A
volte l’immaginazione va oltre la realtà. C’è un episodio di
cronaca che le ha provocato un senso di “orrore”?
C’è
stato l’episodio di quel padre che in Austria ha tenuto segregata
la figlia per anni e ci ha fatto anche figli. Spaventosa quella
storia!
Anche
sua figlia Asia, come è successo a lei, ha incontrato il cinema in
casa. Ha girato come attrice nei suoi film ma ha fatto anche tante
altre cose, come anche la dj. Nel vostro futuro artistico è
ipotizzabile ancora una vostra collaborazione?
Sì,
è pensabile, può darsi!
Ci
può rivelare un progetto futuro?
Veramente
ancora non ho scritto la sceneggiatura di un altro film. Sto pensando
a un altro progetto, ma non sono ancora sicuro al cento per cento di
farlo. Vorrei fare Dracula in 3D.
Quindi
deve ancora avviare la macchina da presa…
Sì,
devo ancora avviare questa macchina! (sorride)
Per
concludere, lasci una dedica “profondamente Argento” ai lettori
di What’s Up!
… Buon
horror a tutti
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