De Cupolone

 

IL FUTURO DEI CAPPELLANI NELLE CARCERI

 

 

ottobre 2008

 

 

I detenuti cattolici iniziano ad essere una minoranza rispetto ai musulmani e gli ortodossi. È crisi del cappellano di servizio negli Istituti penitenziari? Ce ne parla don Domenico Ricca, dal carcere minorile Ferrante Aporti di Torino: “Ormai il nostro ruolo da educatori più che da religiosi”.

 

 

di Fabrizio Assandri

 

 

Torino. Erano più di cento gli under 18 reclusi nel carcere minorile Ferrante Aporti di Torino e quasi tutti italiani quando, 29 anni fa, don Domenico Ricca, “Mecu” per gli amici, salesiano, cominciò a lavorarvi come cappellano. Oggi, tra i circa 40 giovani detenuti, solo uno è italiano e i cattolici sono meno dei musulmani e degli ortodossi. Trend confermato, seppur in modo più contenuto, su scala nazionale, come emerge dai dati del Dipartimento per la giustizia minorile: l’anno scorso (al 31 dicembre si contavano 446 detenuti, 60 dei quali donne, nei 18 istituti penali per minori sparsi per l’Italia) la presenza media giornaliera era costituita da ragazzi stranieri nel 52% dei casi, in maggioranza rumeni, marocchini, serbi, sudamericani. Questi numeri dimostrano una disparità di trattamento. “Da noi – spiega don Ricca – il processo penale minorile è molto garantista per chi ha le risorse e lo è poco specie per gli stranieri. Le misure cautelari alternative alla custodia, quali prescrizione, permanenza in casa o in comunità, sono applicabili per lo più agli italiani, che in genere hanno una famiglia alle spalle. È avvenuto da noi, ad esempio, per i casi di bullismo. Gli stranieri, invece, vanno dentro e vi rimangono anche più a lungo perché è difficile stabilire con loro una progettualità”. Tra le sbarre affiancano gli agenti diversi professionisti, come psicologi, educatori, mediatori culturali (anche arabi). Quale ruolo possibile e quali spazi ancora aperti per un prete in un simile contesto? “Quando anni fa assistevo minori italiani che avevano commesso reati di sangue – racconta don Ricca – era importante aspettare, ma presto o tardi arrivava il momento del dialogo propriamente religioso, man mano che i sensi di colpa e la ricerca di significato si facevano pressanti nella loro vita, così come le domande sull’assoluto”. Oggi invece la situazione è molto cambiata e il discorso religioso “viene fatto in punta di piedi e il mio ruolo, pur senza dimenticare la fede, – confida don Ricca – s’è man mano spostato sul piano educativo per i ragazzi e come punto di riferimento per gli educatori”. Un’evoluzione che è una sfida forse inevitabile per rispondere alla nuova realtà, dietro le sbarre e fuori. “Credo – continua – che a livello religioso sia importante non marcare troppo le differenze e insegnare il rispetto. Per questo mettiamo insieme in cella giovani di diverse etnie, ma poi ai pochi incontri cattolici come la Messa partecipano solo i cattolici e in questo periodo garantiamo, a chi vuole, di rispettare il Ramadan”.

È possibile, per un prete, comunicare con culture così diverse? “A livello formale sì, ma non in profondità e devi un po’ stare a guardare. Anche per questo – spiega il cappellano – occorre lavorare in equipe, creare una rete e non lavorare soli. Questa è stata sempre la mia scommessa e ora che invecchio e mi è più difficile entrare in sintonia con i ragazzi, ancor di più”. È importante esserci, inoltre, “per aiutare tutta la struttura ed essere un occhio vigile contro le possibili violenze dentro il carcere”.

Che il ruolo di prete-educatore non sia, per Ricca, un ripiego, lo si capisce dalle sue parole: “Dobbiamo evitare qualsiasi stigma per questi ragazzi e, come diceva don Bosco, trovare in loro il positivo, come le potenzialità che manifestano nelle varie attività di lavoro, studio e sport. In genere non sono affatto socialmente disturbati; il rispetto delle regole e degli altri procede di pari passo con un cammino educativo, che spesso è ciò che è mancato loro. Il carcere può, in alcuni casi, offrire loro una pausa necessaria per ripensarsi”. E ci lascia citando Michel Foucault: “La prigione è la detestabile soluzione di cui non si saprebbe fare a meno. Una cosa orribile, che non siamo stati ancora capaci di sostituire con qualcosa di meglio”.

 

 

 
 
 
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