De Cupolone

ALL’ASTA I BENI DEI CLAN. LA DENUNCIA DI

LIBERA: “È UN REGALO ALLE MAFIE”


di Fabrizio Assandri


La mobilitazione capillare e il pressing su associazioni e politici non sono bastati a Libera Associazioni, numeri e nomi contro le mafie” di don Luigi Ciotti, che coordina 1.500 gruppi impegnati nella lotta alla mafia, a fermare l’emendamento della Finanziaria che prevede la messa all’asta dei beni immobili confiscati alla criminalità organizzata, nel caso in cui questi non vengano destinati ad uso sociale entro 3 o 6 mesi. Il timore? Che i beni vengano riacquistati dai prestanome dei boss. Un “tradimento” della legge che nel ’96, forte di un milione di firme raccolte da Libera, stabilì il riutilizzo sociale dei beni sottratti ai clan, “un’arresa” dello Stato, come si legge nell’appello firmato, tra gli altri, da realtà del mondo cattolico quali Acli, Azione Cattolica, Pax Christi, Scout Agesci, universitari Fuci. Con lo slogan “Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra”, lo scorso sabato 28 novembre Libera ha promosso presidi in tutta Italia su alcuni beni confiscati non ancora riassegnati: in tutto oltre 3 mila appartamenti, terreni, alberghi di lusso, cantine e capannoni che da anni giacciono al Demanio gravati da ipoteche e lungaggini burocratiche o abusivamente occupati dalle famiglie dei mafiosi.


Non ancora assegnati il 40% degli immobili confiscati alle mafie

I dati emergono dalla relazione 2009 presentata al Parlamento dall’ex Commissario straordinario del Governo per i beni confiscati, Antonio Maruccia: circa il 40% degli 8.933 beni immobili tolti alle mafie in tutta Italia (4.075 solo in Sicilia) non è stato ancora destinato, mentre il 52% dei beni già consegnati è inutilizzato per ipoteche, mancanza di risorse, ecc. Le famiglie dei mafiosi non accettano di buon grado le confische e non mancano le pressioni.


Le minacce”

Tutte le cooperative a noi legate hanno ricevuto minacce, attentati o intimidazioni – come ci spiega Francesca Rispoli, dell’ufficio di presidenza di Libera –. Le 200 mila firme raccolte non hanno fermato l’emendamento; valutaremo eventuali iniziative, anche se ormai non c’è più molto da fare. Di certo saremo ancora più insistenti nel richiedere che ognuno si assuma le proprie responsabilità, per evitare che passino i 180 giorni previsti per l’assegnazione del bene confiscato e che questi finisca in mani altrui”. Che pensate delle rassicurazioni del Governo, che giudica infondati i timori e garantisce che gli enti locali avranno la precedenza nelle aste? “Non ci rassicurano affatto – replica decisa Rispoli –. Con i tagli nei bilanci, gli enti locali non avranno le possibilità economiche per accedere all’asta, visto che per loro è già quasi impossibile contribuire alla ristrutturazione dei beni in gestione gratis”.


Meglio abbattere i beni, che metterli all’asta”

Alla mobilitazione del 28 novembre What’s Up era presente a Torino, in corso Novara 9: un ex ristorante della famiglia Arcuri, in affari con la ’ndrangheta calabrese, confiscato nel ’95 e non ancora riassegnato. “Quest’emendamento, che serve per fare cassa, è un colpo mortale all’antimafia sociale degli ultimi 15 anni – sostiene Andrea Zummo di Libera Piemonte –. I beni non ancora assegnati sono terra di nessuno e se vanno all’asta li ricomprano i mafiosi”. Gli fa eco Enzo Cascini, dell’Ufficio Comunicazione: “Piuttosto che rivendere questi simboli, se è antieconomico restituirli alla collettività, abbattiamoli, ma lo Stato non perda la sua credibilità. Questa norma è un assist alle mafie”. Come vengono riutilizzati i beni? “Diventano sedi di associazioni di volontariato, cooperative giovanili, centri di recupero, caserme dei carabinieri, biblioteche, creando anche occupazione. Pure al Nord sono centinaia i beni confiscati, perché le mafie sono trasversali. Tra le intercettazioni sul narcotraffico vi sono conversazioni in stretto dialetto calabro registrate in Colombia. Non si tratta del vecchio contadino con la lupara, la mafia è globale e va combattuta in modo globale”.


L’esperienza di una giovane coppia in Cascina Caccia

Isabella Spezzano col fidanzato e un’altra coppia vive a Cascina Caccia, da dove partì l’ordine di uccidere il procuratore di Torino Bruno Caccia, a San Sebastiano da Po (Chivasso). “Ospitiamo gruppi di giovani che alternano lavori manuali, come pulire la collina, piantare i noccioli o fare il miele, a momenti di riflessione sui temi della legalità”. Isabella confida che “quando il bene fu confiscato, prima di andarsene la famiglia Belfiore distrusse piastrelle, parte del tetto, il riscaldamento, le tubature... I capostipiti vivono a 3 km da noi, ma non ci sentiamo soli, perché le Forze dell’Ordine ci sono vicine e possiamo contare su una fitta rete di solidarietà”.