De Cupolone

TALENT SHOW, IN STILE CHIESA


Dall’oratorio al palcoscenico, col progetto Hope della Cei. La ricerca dei talenti nella musica e nello spettacolo, rigorosamente senza telecamere e televoto.


di Fabrizio Assandri


Hanno cominciato a prepararsi dopo Natale i 270 giovani del “Grande Coro Hope”, che a Torino il 2 maggio, accompagnando la visita del Papa, si sono esibiti sul palco di fronte a 50 mila persone. È l’ultima iniziativa di Hope, l’associazione nata dalla Pastorale giovanile della Cei, che da 12 anni propone seminari e laboratori di “alta formazione” per giovani autori, compositori di musica e di canzoni, cantanti e animatori. I seminari ‘Hope Music School’, due settimane a Villa Campitelli di Frascati, si terranno nuovamente dal 2 al 7 novembre e dal 12 al 16 gennaio 201. In quell’occasione i giovani riceveranno la formazione da professionisti dello spettacolo e da un team di tutor “che li aiuteranno a scoprire che la loro creatività è un dono e non uno strumento di potere”, come ci spiega Marco Brusati, direttore, responsabile formativo e didattico di Hope.


L’adesione di nomi noti nello spettacolo

Tra i “docenti”, ci sono cantanti di musica leggera come Antonella Ruggiero, Mariella Nava, Gatto Panceri, Stefano D’Orazio e Roby Facchinetti dei Pooh, i presentatori Lorena Bianchetti e Carlo Conti, il comico Gigi Cotichella. Vi sono poi gli ‘Hope Music Workshop’, laboratori di un weekend in tutta Italia per giovani o educatori su temi personalizzabili, ad esempio “come scrivere una canzone” o “come organizzare un concerto”. Chi finanzia Hope? “Oltre che col contributo Cei - continua Brusati -, le convenzioni che abbiamo con strutture territoriali ed enti pubblici fa sì che l’85% dei giovani non paghi nulla, anche perché sempre più spesso la formazione – del costo all’incirca di 680 euro per il seminario – è coperta da borse di studio”.


Come si canta, e “cosa” si canta

La tecnica è solo una parte della formazione “perché - tiene a puntualizzare Brusati - quando si va a toccare la creatività si entra molto in profondità. Le canzoni dei giovani sono analizzate dal professionista dal punto di vista tecnico, mentre il tutor affronta i temi dei testi. Ci chiediamo insieme ai giovani se ciò che cantano rappresenti la loro vita, o non si tratti di seguire la moda. Li motiviamo a cantare ciò che vivono” senza entrare direttamente nelle dinamiche religiose, per le quali ci sono comunque i ‘Soul Tutors’, sacerdoti assistenti spirituali. “Proponiamo momenti di preghiera, anche se spesso incontriamo giovani che non hanno un percorso di fede e la musica può essere, per alcuni, l’inizio di un percorso”.


Musica leggera e “Christian Music”

Ad Hope si spazia dalla Christian Music, “sempre più quotata perché i giovani scoprono che si può raccontare la propria fede attraverso musica di qualità”, come nel festival Jubilmusic che si tiene ogni anno a Sanremo, a tutta la musica leggera, “perché ciò che conta non è il tipo di musica ma chi la fa. Ci sono linguaggi e approcci diversi, ma si può essere cristiani anche nella musica leggera, sebbene la cultura dominante ostacoli temi come la famiglia”.


I nuovi talenti del “consenso”, non del successo

Hope offre servizi collaterali, come i provini in uno studio di registrazione e la consulenza legale gratis per i costi Siae e la verifica dei contratti proposti. “Spesso consigliamo di lasciar perdere, se ci accorgiamo che si cerca di spillare soldi dalle loro tasche, ma ci sono stati anche contratti importanti. Un nostro ragazzo sta avendo consenso – non mi piace la parola successo – in Sud America, mentre un altro, Francesco Sportelli, fa circa 40 concerti l’anno. Tre giovani che hanno seguito seminari per formatori hanno fondato cooperative che danno lavoro ad altri giovani”.



Telecamera e adulti vomitano talenti per strada”

A proposito dei talent show, Brusati attacca chi “mette i ragazzi davanti alle telecamere per scannarsi mentre noi adulti stiamo a guardare, perché se un giovane deve passare ogni volta sotto le forche caudine del televoto, quando canta pensa a come avere consenso e non a cantare qualcosa di sé, quindi non è libero. Quanti ragazzi davanti a una telecamera si credono degli dei perché alcuni adulti dicono loro così, per poi essere vomitati per strada quando smettono di fruttare soldi. Ecco perché, dalle nostre iniziative di formazione, registratori e telecamere sono banditi. I 1000 giovani formati con la scuola e i 2500 nei workshop ci dicono che non c’è solo un modo di relazionarsi ai giovani e che non ci sono solo le code per le selezioni dei talent show”. A ben vedere, anche Hope è un talent show, “perché anche noi scopriamo talenti – conclude Brusati – ma li mettiamo in mostra con lo stile del Vangelo”.


Le selezioni

Si tratta di colloqui di ammissione per spiegare di cosa si tratta e le eventuali esclusioni sono concordate coi ragazzi, ma non sulla base della bravura”.

(Marco Brusati, direttore di Hope)