I detenuti cattolici iniziano ad essere una minoranza
rispetto ai musulmani e gli ortodossi. È crisi del cappellano di servizio
negli Istituti penitenziari? Ce ne parla don Domenico Ricca, dal carcere
minorile Ferrante Aporti di Torino: “Ormai il nostro ruolo da educatori più che
da religiosi”.
di Fabrizio Assandri
Torino. Erano più
di cento gli under 18 reclusi nel carcere minorile Ferrante Aporti di Torino e
quasi tutti italiani quando, 29 anni fa, don Domenico Ricca, “Mecu” per gli
amici, salesiano, cominciò a lavorarvi come cappellano. Oggi, tra i circa 40
giovani detenuti, solo uno è italiano e i cattolici sono meno dei musulmani e
degli ortodossi. Trend confermato, seppur in modo più contenuto, su scala
nazionale, come emerge dai dati del Dipartimento per la giustizia minorile:
l’anno scorso (al 31 dicembre si contavano 446 detenuti, 60 dei quali donne,
nei 18 istituti penali per minori sparsi per l’Italia) la presenza media giornaliera
era costituita da ragazzi stranieri nel 52% dei casi, in maggioranza rumeni,
marocchini, serbi, sudamericani. Questi numeri dimostrano una disparità di
trattamento. “Da noi – spiega don Ricca – il processo penale minorile è molto
garantista per chi ha le risorse e lo è poco specie per gli stranieri. Le
misure cautelari alternative alla custodia, quali prescrizione, permanenza in
casa o in comunità, sono applicabili per lo più agli italiani, che in genere
hanno una famiglia alle spalle. È avvenuto da noi, ad esempio, per i casi di
bullismo. Gli stranieri, invece, vanno dentro e vi rimangono anche più a lungo
perché è difficile stabilire con loro una progettualità”. Tra le sbarre
affiancano gli agenti diversi professionisti, come psicologi, educatori, mediatori
culturali (anche arabi). Quale ruolo possibile e quali spazi ancora aperti per
un prete in un simile contesto? “Quando anni fa assistevo minori italiani che
avevano commesso reati di sangue – racconta don Ricca – era importante
aspettare, ma presto o tardi arrivava il momento del dialogo propriamente
religioso, man mano che i sensi di colpa e la ricerca di significato si
facevano pressanti nella loro vita, così come le domande sull’assoluto”. Oggi
invece la situazione è molto cambiata e il discorso religioso “viene fatto in
punta di piedi e il mio ruolo, pur senza dimenticare la fede, – confida don
Ricca – s’è man mano spostato sul piano educativo per i ragazzi e come punto di
riferimento per gli educatori”. Un’evoluzione che è una sfida forse inevitabile
per rispondere alla nuova realtà, dietro le sbarre e fuori. “Credo – continua –
che a livello religioso sia importante non marcare troppo le differenze e
insegnare il rispetto. Per questo mettiamo insieme in cella giovani di diverse
etnie, ma poi ai pochi incontri cattolici come la Messa partecipano solo i
cattolici e in questo periodo garantiamo, a chi vuole, di rispettare il
Ramadan”.
È possibile, per un
prete, comunicare con culture così diverse? “A livello formale sì, ma non in
profondità e devi un po’ stare a guardare. Anche per questo – spiega il
cappellano – occorre lavorare in equipe, creare una rete e non lavorare soli.
Questa è stata sempre la mia scommessa e ora che invecchio e mi è più difficile
entrare in sintonia con i ragazzi, ancor di più”. È importante esserci,
inoltre, “per aiutare tutta la struttura ed essere un occhio vigile contro le
possibili violenze dentro il carcere”.
Che il ruolo di
prete-educatore non sia, per Ricca, un ripiego, lo si capisce dalle sue parole:
“Dobbiamo evitare qualsiasi stigma per questi ragazzi e, come diceva don Bosco,
trovare in loro il positivo, come le potenzialità che manifestano nelle varie
attività di lavoro, studio e sport. In genere non sono affatto socialmente
disturbati; il rispetto delle regole e degli altri procede di pari passo con un
cammino educativo, che spesso è ciò che è mancato loro. Il carcere può, in
alcuni casi, offrire loro una pausa necessaria per ripensarsi”. E ci lascia
citando Michel Foucault: “La prigione è la detestabile soluzione di cui non si
saprebbe fare a meno. Una cosa orribile, che non siamo stati ancora capaci di
sostituire con qualcosa di meglio”.