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E
I RELIGIOSI EXTRACOMUNITARI?
Anche
la Chiesa italiana, sempre più multiculturale, deve fare i conti col
“pacchetto sicurezza” e sul rilascio dei permessi di soggiorno ai
propri religiosi. Si alzano le voci critiche interne al Vaticano. Su
What’s Up, anche la testimonianza di una sorella mozambicana.
di
Fabrizio Assandri
“Non
vogliamo soluzioni preferenziali per le religiose o per la Chiesa,
che ben più potrebbe dire e fare riguardo al pacchetto sicurezza, ma
intendiamo dar voce a chi non ce l’ha, denunciare la disumanità
delle procedure burocratiche e la disorganizzazione, mista a
frustrazione inacidita, dei nostri ‘sportelli amici’, dove ti
accolgono operatrici che maneggiano il tuo passaporto munite di
guanti usa e getta, come fossi un appestato, e non si curano che
magari sei in coda da tre ore al freddo e se ti scappa la pipì sei
costretto a farla in cessi luridi. Ci siamo chieste cosa fosse più
infetto tra le turche della questura e il cuore umano”. Suor Paola
Pignatelli non ci sta, reduce dall’aver accompagnato la consorella
mozambicana suor Julieta Joao (vedi foto), da tre anni in Italia, a
rinnovare il permesso di soggiorno: ha scritto una e-mail di protesta
che ha inviato ad amici e altre suore, tra cui suor Eugenia Bonetti,
del settore mobilità etnica e tratta dell’Usmi (Unione Superiore
Maggiori d’Italia), ricevendo risposte di sostegno e
incoraggiamento. Le due religiose, che vivono in affitto in un
condominio in piazza della Repubblica, cuore del quartiere ad alto
tasso d’immigrazione di Torino, Porta Palazzo, costituiscono una
piccola comunità interculturale voluta dal loro istituto, le Figlie
di Maria Ausiliatrice, per lavorare sull’integrazione. Con un
gruppo di volontari gestiscono il progetto “Aperta-mente cittadine”
(finanziato dalla Compagnia San Paolo), con un gazebo in piazza per
ascoltare ed incontrare le giovani immigrate a cui propongono corsi
(oggi seguiti da 55 donne) di italiano, taglio e cucito, ecc.
La
carta di soggiorno “per motivi
religiosi”
Per
i religiosi extracomunitari, la trafila per la carta di soggiorno,
secondo quanto stabilisce il pacchetto sicurezza (che ha introdotto
il reato di clandestinità), è la stessa di qualsiasi straniero,
fatta salva l’indicazione dei motivi religiosi sul modulo da
compilare e il fatto di avere come garanzia tra le proprie carte la
lettera di accompagnamento del superiore della congregazione
d’appartenenza, controfirmata dalla curia. “Ho
dovuto sottopormi per due volte – racconta suor Julieta – alla
fotosegnalazione, lasciando le mie impronte negli uffici della
polizia scientifica. Mi sta bene, perché così condivido le
difficoltà degli immigrati che assisto ogni giorno. Però è
umiliante, degradante e offensivo, perché si è a priori giudicati
potenziali delinquenti. Non c’è rispetto per la dignità umana”.
“Che poi – aggiungono in coro – chi è davvero delinquente non
sta certo in fila per chiedere i documenti”. Le religiose, che
hanno assistito alla “vendita dei posti in coda a 50 euro da parte
di altri immigrati”, confidano a mezza voce di conoscere una
ragazza che, non avendo soldi, si era prostituita la sera prima per
pagare la cifra richiesta per la carta di soggiorno.
Dal
web, le critiche di alcuni esponenti della
Chiesa
Innumerevoli
le critiche nei mesi scorsi contro il pacchetto sicurezza: appelli su
facebook, petizioni on-line, servizi di “Telestrada”
(www.telestrada.it), una web-tv della Caritas di Catania la cui
redazione è composta da clochard. Presentando lo scorso 28 ottobre
il dossier Caritas sull’immigrazione, mons. Bruno Schettino,
presidente della Commissione Cei per l’immigrazione, ha affermato
che l’enfasi sul pacchetto sicurezza “ha
rafforzato il malinteso che sia fondato equiparare gli immigrati ai
delinquenti, cosa che non trova riscontro nei dati statistici”. In
realtà, “la vera sicurezza nasce dall’integrazione”.
Pronta
la mozione dei religiosi contro la legge
Alla
conferenza nazionale dei religiosi (Cism, Usmi e Firas), tenutasi ad
Assisi dal 12 al 15 ottobre, è nata l’idea di preparare una
mozione comune di obiezione alla legge. “Vogliamo
muoverci insieme a Cei e Caritas - spiega a What’s Up don Alberto
Lorenzelli, presidente Cism (Conferenza italiana superiori maggiori)
-. Molti religiosi sono indignati, specie quelli impegnati con gli
immigrati, che hanno concrete difficoltà nel proprio operato. È ora
di farci sentire. Stiamo concordando - racconta Lorenzelli dopo aver
partecipato, sempre ad Assisi, a novembre, all’assemblea della Cei
- il mezzo più opportuno d’intervento, che può essere un
documento, oppure la decisione di andare a parlare nelle sedi
istituzionali. Bisogna rivedere la normativa, ma attenzione: non
chiediamo trattamenti di favore per i religiosi, ma condizioni giuste
per tutti”.
Il
Papa
Anche
il Papa, aprendo il convegno della Pastorale per i migranti e i
rifugiati svoltosi in Vaticano dal 9 al 12 novembre, ha detto che
“molti migranti abbandonano il loro Paese
per sfuggire a condizioni di vita umanamente inaccettabili, senza
però trovare altrove l’accoglienza che speravano”. Ma che ne
penserà della mozione?
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