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L'ARTE
DELLA CREAZIONE
IL “MODEL
MAKER”
di Fabio Melandri
“Sul
set non ci devono essere troppe teste pensanti. Basta la mia. Ho
bisogno di abili mani che eseguano”. Parola
di Danilo Donati, scenografo e costumista per Pasolini, Fellini,
Benigni. Parole di Francesco Motolese “model makers” per
introdurci nel suo mondo fatto di resina, polistirolo, gesso,
bozzetti su carta e modelli in 3d.
“Sono
cresciuto artisticamente a Bologna con l'Accademia delle Belle Arti,
dove ho scelto scenografia. Mi piaceva disegnare, ero bravo nei corpi
ma non ferratissimo nell'ambientazione. Durante l'Accademia feci un
corso di effetti speciali dove conobbi Sergio Stivaletti. Mi chiese
di venire a Roma ed iniziai ad aiutarlo nella progettazione e nella
realizzazione di creature fantastiche. Dopo 3 anni decisi di cercare
la mia strada e finii nei laboratori di scenografia dove iniziai a
fare lo scultore”.
Come
avvenne il tuo debutto cinematografico?
Con
Titus di Julie Taymor.
Lì conobbi un grande scultore di scenografia, Gianni Gianese. Mi
vide, si affezionò al mio lavoro ed iniziai a seguire i suoi passi
ed il suo modo di lavorare. Ritornai rispetto a Sergio ad una
scultura classica, alla decorazione e cominciai a lavorare ad altri
grossi film accanto a nomi come Dante Ferretti, Wolf Kroeger e Danilo
Donati.
Come si
sviluppa il tuo lavoro?
Nel cinema
americano c'è l'Art Department dove sotto la guida dello scenografo
lavorano i disegnatori ed i model maker. Gli americani o gli inglesi
realizzano addirittura disegni in scala uno a uno. Dal disegno si
passa ai modellini in creta o polistirolo. Una volta approvati, la
palla passa ai formatori (cluster) che realizzano la tua opera in
resina o in gesso a seconda della necessità.
Che
materiali utilizzi?
Nella fase
di progettazione si va dai policarbonati ai cartoncini, alla stessa
plastilina per i modellini di scultura e decorazioni. Ho lavorato con
legno e creta. Per Il Principe di Persia
di Mike Newell, ho realizzato un bosco congelato in Marocco usando
rami di alberi veri incollati con la colla a caldo e realizzando il
ghiaccio con della plastica trasparente sciolta. Alla fine usi i
materiali che trovi in loco, bisogna saper inventare.
Hai
lavorato a tanti film di respiro internazionale: da Pinocchio
a Ocean's Twelve. Che esperienza con
Wes Anderson in Le avventure acquatiche
di Steve Zissou
Eccezionale.
Girato a Cinecittà, costruirono un'intera sezione di una nave dove
tutte le stanze erano visibili per poter girare lunghi piani
sequenza. Progettai i fondali marini del film, partendo dal disegno
per arrivare ai modellini. E' la cosa più affascinante per uno
scenografo, diventare scultore.
Finite le
riprese che fine fanno queste sculture?
Molto spesso
vengono distrutte. Altre volte rimangono in qualche magazzino a
Cinecittà. Mi ricordo per Titus
che la regista Julie Taymor si fece fare una copia in resina di tutte
le cose e se le portò in America.
Tu non
lavori solo per il cinema ma anche per il teatro. Differenze?
Nel cinema
la ricerca del dettaglio è minuziosa, perché la macchina da presa è
fedelissima e amplifica il tuo lavoro: se fatto male si vedrà. Nel
teatro la ricerca del dettaglio è una ricerca più di concetto.
Con il
tuo lavoro viaggi molto nel tempo. C'è un periodo storico che ti
affascina di più?
Vista la mia
provenienza il futuro, o meglio l'immaginario. Per il passato,
preferisco il Barocco; Bernini è sinonimo di bella scultura con la
precisione infinitesimale del dettaglio.
Cinema,
teatro e... televisione
Ho iniziato
con la televisione in RAI, dove una volta c'era un grande laboratorio
di scenografia per programmi coloratissimi come Giochi senza
frontiere, Luna Park o i programmi di Bonolis che poi ho seguito
anche in Mediaset con Fattore C, dove dei 90 ritratti protagonisti,
30 erano miei.
Hai
collaborato anche alla ristrutturazione del Teatro Petruzzelli di
Bari.
Fu grazie ad
un appalto vinto dai De Angelis per le parti in rilievo dell'interno.
Io mi occupai della volta. Siamo partiti da foto dell'epoca,
realizzando in resina ignifuga quello che un tempo era in cartapesta.
Era un sapore diverso dal classico Barocco rinascimentale che
conosciamo così bene qui a Roma. Da pugliese è stata una grande
soddisfazione, anche perché è uno di quei lavori che rimangono lì
e non vengono distrutti.
Un lavoro
di cui vai più fiero?
Direi Titus
perché fu il primo, oltre il mezzo attraverso cui conobbi il mio
maestro Gianese e Dante Ferretti, figure che mi hanno permesso di
lavorare con assiduità nel campo Ho lavorato anche con Kiarostami,
ad una statua di Ercole con una donna che lo cingeva alle spalle con
un bambino. Lui è un regista molto attento, meticoloso, quasi
teatrale per l'attenzione posta.
Il tuo
ultimo lavoro?
Ho curato
l'allestimento interno del nuovo negozio Fendi a Las Vegas: una
Fontana di Trevi ridotta con tanto di vasca e riciclo dell'acqua...
molto sobria!
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