Ciak Walking

QUEL DIAVOLO DI CAPELLO…L’HAIR DESINGER

Raccontato da Aldo Signoretti: “Gli attori uomini i più problematici”


di Fabio Melandri


Spray, lacca, pettini, spazzole, parrucche, tinte. Questi sono gli strumenti di lavoro dell’Hair Designer, come viene definito nell’industria cinematografica internazionale. Strettissimo collaboratore dell’addetto al trucco, l’Hair Designer è colui che si occupa delle acconciature degli attori, delle messe in piega, delle parrucche da utilizzare sul set.

Per far luce su questa professione, abbiamo incontrato Aldo Signoretti, una vita nel cinema, una vera istituzione in materia e collaboratore di registi internazionali del calibro di Martin Scorsese (Gangs of New York, L’ultima tentazione di Cristo), Robert Altman (Popeye, Kansas City, La fortuna di Cookie), Baz Lurhmann (Romeo + Giulietta, Moulin Rouge), Giuseppe Tornatore (La leggenda del pianista sull’oceano). Una vita professionale iniziata con Federico Fellini e Luchino Visconti.


In cosa consiste nello specifico il suo mestiere?

Il mio compito è quello di creare l’immagine del film. Compito condiviso con gli addetti al trucco, ai costumi, alla scenografia. Solitamente veniamo chiamati in fase di pre-produzione. Leggiamo la sceneggiatura, ci documentiamo sul periodo storico in cui il film è ambientato e poi procediamo all’elaborazione di una serie di bozzetti da sottoporre al regista.


Il suo lavoro inizia presto sul set.

Assolutamente. Dipende anche dal numero di attori e comparse su cui dobbiamo lavorare. La nostra, sul set, è una presenza costante. Il capello è una materia così difficile e scostante, che necessita di una cura continua, prima, durante ogni ciak.


Da quante persone è composto il suo reparto?

Solitamente c’è un responsabile ed una serie di assistenti, il cui numero varia a seconda delle dimensioni del film e dal numero degli attori. Pensi che sul set di Apocalypto di Mel Gibson avevo tra attori e comparse oltre 700 teste da curare. Io tratto con il medesimo impegno sia le teste degli attori protagonisti che delle semplici comparse. L’ho imparato dalla mia gavetta e dai set di Luchino Visconti, in cui tutto era curato in maniera maniacale fino all’ultimo dettaglio.


Che rapporto ha con gli attori?

Contrariamente a quanto si pensi, sono gli attori uomini i più problematici. Il mio compito non è quello di mettere in risalto la loro immagine, ma di contribuire “a creare” il personaggio che la sceneggiatura richiede. È il regista che deve essere prima di tutto soddisfatto del mio lavoro.


Lei ha lavorato con Baz Lurhmann per Romeo e Giulietta e Moulin Rouge. Che esperienza è stata?

È stata un’esperienza fantastica, realizzando anche una Boheme di Puccini a teatro. Lavorare con lui mi ha riportato indietro nel tempo, ai set di Federico Fellini (Ginger e Fred, ndr). Entrambi hanno un immaginario incredibile così come lo aveva, seppur in maniera meno appariscente, Robert Altman con cui ho girato quattro film.


Quando possiamo dire che il suo lavoro è perfettamente riuscito?

Quando il pubblico non lo nota. Lo spettatore medio quando va al cinema si gode lo spettacolo che gli viene proposto. Talvolta percepisce che qualcosa nel film non gira per il verso giusto, anche se non sa bene cosa: una parrucca fatta male, un costume inadeguato, una scenografia inverosimile e via discorrendo. Io sono soddisfatto quando i capelli, le parrucche sono così verosimili al contesto presentato che lo spettatore non ne viene disturbato, come nel caso di Io, Don Giovanni di Carlos Saura, dove per la tipologia di storia avevamo a che fare con molte parrucche.


Lei si è trovato a dover a che fare diverse volte con personaggi realmente esistiti: da Mozart (Io, Don Giovanni) a Truman Capote (Capote) fino a Giulio Andreotti (Il divo). Quali le difficoltà?

Ogni personaggio, realmente esistito o inventato, comporta delle difficoltà. Per i casi da lei citati esiste sempre una sorta di barriera protettiva data dalla creazione artistica. Un film è sempre e comunque un’opera artistica e come tale vi è uno scarto nei confronti della realtà. Ma faccio io una domanda a lei: esiste la realtà?


Che differenze ha trovato lavorando sia per grosse produzioni internazionali che per quelle italiane?

Nella mia carriera ho avuto la fortuna di incontrare sempre una grande professionalità, in Italia come all’estero. Anche ora che sono su un set in Turchia con una troupe locale, mi confronto con un altissimo livello di professionalità. Da questo punto di vista non posso proprio lamentarmi.


Che consiglio darebbe a chi volesse intraprendere questa professione?

Questo è un mestiere meraviglioso se hai la passione. Ma non deve essere un modo per avvicinarsi e conoscere da vicino gli attori. Purtroppo c’è una grande carenza di scuole, per cui non ne saprei consigliare una piuttosto che un’altra. Certo, le basi del mestiere vanno conosciute, ma poi è il lavoro quotidiano sul set, quello che ti forgia.