Ciak Walking
 

LO SCENEGGIATORE, SCRITTORE DI EMOZIONI

 

 

ottobre 2008 

 

 

Lorne Michaels, sceneggiatore de I tre Amigos di John Landis e autore del Saturday Night Live per attori come John Belushi, Steve Martin e Dan Aykroyd diceva: “Un tale torna a casa dal college e trova sua madre a letto con lo zio; c’è pure un fantasma che si aggira nei dintorni. Scrivilo bene ed è Amleto; scrivilo male ed è una soap opera”.

 

di Fabio Melandri

 

 

Il primo mattone su cui costruire quel palazzo che chiamiamo film, è costituito dalla sceneggiatura. La storia, la caratterizzazione dei personaggi, le battute sono elementi che nascono e si sviluppano grazie al talento di professionisti quali gli sceneggiatori. In Italia il lavoro di sceneggiatura è ancora una professione da svolgere in team, un gruppo creativo capace di scrivere storie che ci fanno di volta in volta divertire, commuovere, emozionare. Per farci raccontare meglio questo mestiere abbiamo incontrato Gianni Di Gregorio, sceneggiatore, aiuto-regista di Matteo Garrone, un passato nel teatro sperimentale e d’avanguardia con Grotowski, Kantor ed il Living Theatre, artefice di quel piccolo gioiello cinematografico come Pranzo di ferragosto, Premio Luigi De Laurentiis Miglior Opera Prima alla 65esima Mostra di Venezia .

 

Da dove si parte per scrivere una sceneggiatura?

Dall’idea originale. Da qui si butta giù un soggetto che è la storia con il suo inizio, sviluppo e finale. In base a questo, cominci ad organizzare le scene con una breve descrizione di cosa accade attraverso una numerazione che può arrivare fino a 70/80 scene, sebbene Truffaut dicesse che la sceneggiatura perfetta ne era composta da 100. In base a queste puoi arrivare anche a stabilire la durata del film, rileggendo le scene con i tempi giusti e cronometrandole. Una volta finita questa stesura, si entra nello specifico dividendo ogni scena in sequenza ed inserendo le azioni dei personaggi e i dialoghi.

 

A proposito di dialoghi. Spesso nel cinema italiano questi sembrano troppo letterari, poco verosimili. Come evitare tutto ciò?

Io il dialogo lo vedo soprattutto come una traccia. È preferibile scavare nella persona (l’attore, ndr) e fargli dire la battuta come meglio gli viene, piuttosto che chiuderlo in  uno schema rigido. Bisogna abbandonare lo schematismo di dire le cose precise. Il cinema è movimento e dinamismo.

 

Lei ha spesso scritto sceneggiature in team. Perché?

La sceneggiatura è bello scriverla con altri, perché c’è dinamicità, discussione, scambio reciproco e le battute spesso nascono proprio dal dialogo con gli altri sceneggiatori. Poi all’interno del team c’è sempre una persona che ha il compito di mettere ordine al caos e redigere lo scritto.

 

Quanto l’esperienza teatrale l’ha aiutata nel cinema?

Il teatro è importante perché lavori in un piccolo spazio, lavori sull’anima, sul corpo e sull’espressione. Ti aiuta molto sul controllo degli attori, sulla falsità o meno della recitazione, sul riconoscimento di una battuta finta, non reale.

 

Lei ha fatto parte del team di sceneggiatori di Gomorra di Matteo Garrone. Come si lavora nell’adattamento da un romanzo?

Il libro era una materia enorme. Noi eravamo in sei: Maurizio Bracci, Ugo Chiti, Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Roberto Saviano ed io. Abbiamo pensato di evidenziare cinque personaggi e costruirci intorno 5 storie, sviluppando una storia sino a finirla. Tutti insieme senza dividerci. Ad un certo punto c’era la difficoltà di doverle fare incrociare queste storie. Matteo (Garrone, ndr), si è inventato un cartellone in cui le scene di ogni storia era identificata con un colore diverso. I colori ci davano il senso della distribuzione delle scene di ogni storia e la loro durata. Abbiamo costruito con i colori una partitura musicale.

 

Quanto cambia una sceneggiatura dalla sua scrittura a quando viene filmata?

Il più delle volte molto. Quando vai sul territorio per girare ed hai a che fare con gli attori, ti trovi spesso con realtà diverse da quelle che avevi pensato in sceneggiatura. Il lavoro sul territorio ti cambia, ma non devi spaventarti perché nel cinema è così, lavori sull’immediato. Devi girare in due ore una cosa che magari hai scritto dieci anni prima in situazioni completamente diverse. Non bisogna affezionarsi a niente e adattare lo scritto a quello che hai sul set.

 

Che talento bisogna avere per fare lo sceneggiatore?

L’osservazione e la curiosità. Il punto di partenza è questo. Bisogna essere curiosi del reale, delle altre persone, del materiale umano. Anche lo studio è importante, il background culturale che uno si porta dietro, mentre le scuole hanno il pregio di insegnarti la disciplina. Quello che consiglio io di fare è scrivere, molto e di tutto.

 

 

 
 
 
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