Lorne Michaels,
sceneggiatore de I tre Amigos di John
Landis e autore del Saturday Night Live
per attori come John Belushi, Steve Martin e Dan Aykroyd diceva: “Un tale torna
a casa dal college e trova sua madre a letto con lo zio; c’è pure un fantasma
che si aggira nei dintorni. Scrivilo bene ed è Amleto; scrivilo male ed è una
soap opera”.
di Fabio Melandri
Il primo mattone su
cui costruire quel palazzo che chiamiamo film, è costituito dalla
sceneggiatura. La storia, la caratterizzazione dei personaggi, le battute sono
elementi che nascono e si sviluppano grazie al talento di professionisti quali
gli sceneggiatori. In Italia il lavoro di sceneggiatura è ancora una
professione da svolgere in team, un gruppo creativo capace di scrivere storie
che ci fanno di volta in volta divertire, commuovere, emozionare. Per farci
raccontare meglio questo mestiere abbiamo incontrato Gianni Di Gregorio, sceneggiatore, aiuto-regista di Matteo Garrone,
un passato nel teatro sperimentale e d’avanguardia con Grotowski, Kantor ed il
Living Theatre, artefice di quel piccolo gioiello cinematografico come Pranzo di ferragosto, Premio Luigi De
Laurentiis Miglior Opera Prima alla 65esima Mostra di Venezia .
Da
dove si parte per scrivere una sceneggiatura?
Dall’idea originale.
Da qui si butta giù un soggetto che è la storia con il suo inizio, sviluppo e
finale. In base a questo, cominci ad organizzare le scene con una breve
descrizione di cosa accade attraverso una numerazione che può arrivare fino a
70/80 scene, sebbene Truffaut dicesse che la sceneggiatura perfetta ne era
composta da 100. In
base a queste puoi arrivare anche a stabilire la durata del film, rileggendo le
scene con i tempi giusti e cronometrandole. Una volta finita questa stesura, si
entra nello specifico dividendo ogni scena in sequenza ed inserendo le azioni
dei personaggi e i dialoghi.
A proposito di
dialoghi. Spesso nel cinema italiano questi sembrano troppo letterari, poco
verosimili. Come evitare tutto ciò?
Io il dialogo lo
vedo soprattutto come una traccia. È preferibile scavare nella persona
(l’attore, ndr) e fargli dire la
battuta come meglio gli viene, piuttosto che chiuderlo inuno schema rigido. Bisogna abbandonare lo
schematismo di dire le cose precise. Il cinema è movimento e dinamismo.
Lei ha spesso
scritto sceneggiature in team. Perché?
La sceneggiatura è
bello scriverla con altri, perché c’è dinamicità, discussione, scambio
reciproco e le battute spesso nascono proprio dal dialogo con gli altri
sceneggiatori. Poi all’interno del team c’è sempre una persona che ha il
compito di mettere ordine al caos e redigere lo scritto.
Quanto l’esperienza
teatrale l’ha aiutata nel cinema?
Il teatro è
importante perché lavori in un piccolo spazio, lavori sull’anima, sul corpo e
sull’espressione. Ti aiuta molto sul controllo degli attori, sulla falsità o
meno della recitazione, sul riconoscimento di una battuta finta, non reale.
Lei
ha fatto parte del team di sceneggiatori di Gomorra
di Matteo Garrone. Come si lavora nell’adattamento da un romanzo?
Il
libro era una materia enorme. Noi eravamo in sei: Maurizio Bracci, Ugo Chiti,
Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Roberto Saviano ed io.Abbiamo
pensato di evidenziare cinque personaggi e costruirci intorno 5 storie,
sviluppando una storia sino a finirla. Tutti insieme senza dividerci. Ad un
certo punto c’era la difficoltà di doverle fare incrociare queste storie.
Matteo (Garrone, ndr), si è inventato
un cartellone in cui le scene di ogni storia era identificata con un colore
diverso. I colori ci davano il senso della distribuzione delle scene di ogni
storia e la loro durata. Abbiamo costruito con i colori una partitura musicale.
Quanto cambia una
sceneggiatura dalla sua scrittura a quando viene filmata?
Il più delle volte
molto. Quando vai sul territorio per girare ed hai a che fare con gli attori,
ti trovi spesso con realtà diverse da quelle che avevi pensato in
sceneggiatura. Il lavoro sul territorio ti cambia, ma non devi spaventarti
perché nel cinema è così, lavori sull’immediato. Devi girare in due ore una
cosa che magari hai scritto dieci anni prima in situazioni completamente
diverse. Non bisogna affezionarsi a niente e adattare lo scritto a quello che
hai sul set.
Che talento bisogna
avere per fare lo sceneggiatore?
L’osservazione e la
curiosità. Il punto di partenza è questo. Bisogna essere curiosi del reale,
delle altre persone, del materiale umano. Anche lo studio è importante, il
background culturale che uno si porta dietro, mentre le scuole hanno il pregio
di insegnarti la disciplina. Quello che consiglio io di fare è scrivere, molto
e di tutto.