Emergenti What's Up
Nobraino

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di Riccardo Angelo Colabattista


Ne hanno fatta di strada i Nobraino da quando noi di What’s Up gli dedicammo lo scorso anno un piccolo ma significativo spazio nella sezione Emergenti del nostro portale. La band, capitanata dal carismatico Lorenzo Kruger, con il suo rock d’autore misto a sonorità tipiche della musica popolare moderna, è riuscita farsi conoscere e riconoscere all’interno del panorama indipendente italiano. “NO USA, NO UK” è la loro ultima fatica discografica utile a dare il via ad un lungo tour che toccherà le principali città italiane. Chi e cosa sono, in breve, i Nobraino? Sono teatralità, spensieratezza, testi diretti e irriverenti. Sono una band da scoprire e da gustare lentamente. Continuiamo a farlo con voi, incontrando il leader del gruppo per approfondire alcuni aspetti della loro breve e intensa storia…


La nascita dalla band. È vero che avete deciso di buttarvi sulla musica solo dopo aver fallito nel basket?

Veramente le biografie dei Nobraino sono tutte finte (ridacchia divertito). Ad ogni uscita di un nuovo album mi diverto a scrivere una nuova storia del gruppo. Una biografia, alla fine dei conti, è sempre troppo presto per farla e per questo decidiamo di dare sfogo alle nostre fantasie.


In “Nobraino Live al Vidia Club” avete inserito due vostre interpretazioni di Capossela e Nada. Quali sono i vostri riferimenti musicali?

Per quanto riguarda la scrittura dei testi i miei riferimenti rimangono i grandi autori italiani come Fabrizio De Andrè, Paolo Conte e Francesco De Gregori. Musicalmente abbiamo delle influenze molto diverse che variano da componente a componente. L’ispirazione fondamentale viene data dai musicisti che fanno cose oggettivamente belle. Poi non ci interessa molto il genere che vanno a fare.


Cantate tutti i vostri pezzi in italiano e avete chiamato il vostro album “NO USA, NO UK”. Avete avuto qualche brutta esperienza con la lingua inglese o la vostra è una scelta culturale?

Noi crediamo che si possano fare tante belle cose in Italia ed in italiano senza avere la necessità di importarle dall’estero. Troppo spesso nel nostro paese ci siamo lasciati andare ad una esterofilia che adesso inizia a diventare fuori luogo e fuori dal tempo. Purtroppo però molte persone nel settore musicale continuano a pensare che la roba proveniente da fuori è più figa e tendono a sminuire i prodotti made in Italy.


Nel vostro percorso avete partecipato con successo a diversi concorsi. Per le band emergenti che valore hanno premi come DemoRai, Sale D’oro e MArteLive?

Secondo me non hanno alcun valore in sé, come premi. Rappresentano, però, un’opportunità per fare le prime esperienze fuori casa come band, di conoscere qualche promoter o qualche nuovo locale. Sarebbe utile se questi concorsi dessero realmente una mano o un consiglio valido per il futuro dei musicisti. In alcuni casi sarebbe utile che qualcuno ti invitasse a smettere di suonare per andare a lavorare. Ma questo non succede mai.


Fino a settembre avete un calendario di concerti fittissimo e lo scorso anno avete superato quota cento in tutta Italia. Cosa significa per voi avere tutti questi impegni?

Negli ultimi quattro anni restiamo stabili su queste cifre. Pian piano sta variando la qualità e il ritorno economico. Potremmo puntare anche a farne di più, ma a quel punto bisogna solo decidere di che morte morire (risata generale).


Tra le vostre esperienze c’è da segnalare anche l’ospitata a “Parla con me” della Dandini. Com’è stato tastare le parti basse del buon Vergassola?

Guarda, è stato lui a suggerirmi di mimare una presa in giro che non ho saputo cogliere. Vergassola è un soggetto veramente interessante perché è attivissimo. Anche quando si spengono le telecamere lui continua a parlare e a sparare stronzate a ruota. Non si ferma mai. È un maestro. Comunque siamo stati molto bene e contenti di partecipare ad uno dei pochi programmi intelligenti della nostra televisione. I potenti mezzi del tubo catodico sono indubbi. Purtroppo temo che qualcuno si stia muovendo per far chiudere il programma. A noi ci dispiace molto anche perché avremmo avuto la possibilità di fare qualche altra ospitata.


Nel brano d’apertura del vostro ultimo disco canti questa strofa: “essere creativo con il preservativo non è facile”. Spiegaci un po’ cosa volevi dire.

Questo testo non è stato scritto con coscienza. Ognuno di noi, quindi, è libero di capire qual è il proprio preservativo che gli impedisce di produrre o di riprodursi. Penso che in Italia in questo momento siamo in molti ad avere un preservativo addosso che ci impedisce di essere più creativi e più produttivi. Di certo non è un buon momento, per noi.