C'è
da scommetterci: il treno del Jerkin sta passando, e chi vuole fare tendenza
deve obbligatoriamente salirci sopra. Di cosa stiamo parlando? Della nuova moda
che sta spopolando negli Stati Uniti e che sembra avere tutte le carte in regola
per detronizzare l'Hip Hop. Incoronata dal New York Times, che gli ha
dedicato un'intera pagina, questa nuova danza di tendenza prende le mosse già un
annetto fa, ma negli States, dove il singolo You're a Jerk ha
letteralmente spopolato. Da lì alla Rete il passo è stato breve, e hanno
cominciato a comparire moltissimi video in cui veniva riproposta, in tutte le
salse: da coreografie nei video musicali, a tutorial in grado di spiegarne i
passi, fino a rifacimenti che prendono in giro la tendenza. Ed è qui che il
Jerkin è stato definitivamente sdoganato, perché non esiste presa in giro senza
un minimo di notorietà. È stata definita la breakdance "di buona famiglia",
perché non ha bisogno di essere contestualizzata in scontri tra gangs o
sobborghi malfamati. Anzi, secondo chi ne ha fatto già motivo di culto, risulta
essere decisamente più democratica delle "street dance" progenitrici: come
spiega Caesar Ruiz, membro dei Team Dummy, una jerking crew latino
americana sulle pagine di La Repubblica.it, il
Jerkin "è semplice e dà l'idea che chiunque possa imparare a ballarlo.
Abbiamo semplicemente deciso che non ci sono colori nel jerking. Mai un
messicano o un portoricano avrebbe potuto fare breakdance prima, era un ballo
afroamericano, nero". Quindi democrazia, allegria e voglia di divertirsi in
questo misto di passetti saltellanti, come spiega bene anche il nome ("jerk"
vuol dire "cretino" ma anche il "saltello").Il problema, se ce
n'è uno, è che come ogni cosa che sia minimamente popolare, viene adocchiata da
chi intende ricavarci dei soldi: e quindi ecco che grandi etichette
discografiche stanno per mettere sotto contratto alcune tra le più famose
jerkin'crews, un regista trentenne ne sta già girando un documentario ma
soprattutto si pensa già ad un reality da mandare in onda su Mtv. Ma in fondo
cosa c'è di più democratico di qualcosa che, facendo divertire tutti, fa
arricchire anche qualcuno?
Manicure, extencion e massaggi: le Spa per gli Under 14
Sarà pur vero che i
genitori farebbero di tutto pur di far assaporare le gioie della vita
ai propri figli, ma come la mettiamo quando la gioia in questione è
un bel massaggio o una manicure? Sì, perché le signore sanno
benissimo come ci si sente dopo un bel trattamento estetico
rigenerante o dopo un taglio di capelli, quasi sempre terapeutico. E
ultimamente questo “passatempo”, che fa bene sia la corpo che
allo spirito (anche se un po' meno al portafoglio), è diventato
anche appannaggio dei signori, che non vogliono rinunciare alla gioia
di farsi coccolare. Altro discorso però è quando l'oggetto di
attenzione di competenti estetiste diventano i bambini. Usanza ormai
assodata in America, ora stanno arrivando anche da noi i Kid's
Beauty,
veri e propri centri estetici nei quali il cliente perfetto non
supera i 14 anni. Massaggi al cioccolato, allo zucchero a velo, alla
fragola o alla mandorla pediluvi
rilassanti
alle rose e manicurecon
massaggio con crema al cioccolato sono solo alcuni dei servizi
offerti ai baby clienti in uno dei centri aperti a Milano. Per ora,
infatti, i Kid's Beauty sembrano limitare la loro presenza solo al
capoluogo lombardo (per una sorta di continuum estetico, se vogliamo)
ma probabilmente non tarderanno la loro discesa per la Penisola. Tra
i trattamenti più richiesti dalle bambine figura la manicure, con
smalti all'acqua dai colori vivaci e l'applicazione di extencion
colorate, mentre per i maschietti (se vale per i papà, perché non
dovrebbe valere per loro?) sembrano richiestissimi pediluvi
rilassanti e massaggi rigeneranti. Dai centri assicurano che i
prodotti utilizzati sono atossici, naturali e quindi sicuri, e noi lo
speriamo bene, visto che uno di questi offre un apposito servizio di
massaggi
ayurvedici dedicati ai neonati. Forse è opportuno chiedersi se da
questo a Little Miss America (o Italia) il passo sia poi così
lungo...
Il settore pubblicitario,
si sa, è uno di quelli che maggiormente sta subendo la crisi,
considerati i bassi investimenti in ogni campo. La soluzione, in
questi casi, resta l'ingegno, che porta molte volte a raggiungere
risultati di gran lunga migliori rispetto a quello che si sperava. E'
probabilmente quello che è successo alla linea di abbigliamento
Agent Provocateur, che ha pensato bene di ingaggiare per la sua
pubblicità il noto volto (e il rispettivo corpo) di Kylie Minogue.
La campagna, indetta per web, vedeva la nota cantante salire a bordo
di un toro meccanico, "vestita" solomente di una sexy lingerie, e
domarlo con esplicite movenze sensuali. Nemmeno a dirlo, il video ha
raggiunto un totale di circa 350 milioni di contatti, grazie anche
alla sua condivisione su YouTube, facendo schizzare la pubblicità
in vetta alla classifica di GoViral,
società specializzata in campagne pubblicitarie sul web. Pochi
giorni dopo, però, è scattata la censura, almeno parziale: il video
infatti è stato ritenuto (così come si legge sul famoso sito di
video sharing) contenete "materiale inappropriato per alcuni
utenti": certo, è ancora possibile vederlo registrandosi e
certificando la propria maggiore età, ma siamo certi che in fondo
già la pubblicazione del video (e la sua successiva censura) abbiano
portato alla linea di abbigliamento molta più pubblicità di quanto
non si aspettassero.
Sarebbe
curioso chiedere ad una femminista vera, di quelle tanto invocate,
cosa ne pensa di Arruda. Sì, perché seduta sui divani dei talk
show, ora la ragazza grida alla discriminazione, all'intolleranza. E
forse è anche così. Ma come in ogni situazione, bisogna scavare per
cercare di capire, molto prima di giudicare. Da una parte, ma anche
dall'altra. E allora proviamo prima a spiegare i fatti. Il 22 ottobre
scorso, alla Bandeirante University, un ateneo privato dei dintorni
di San Paolo, una studentessa ventenne, Geysi Villa Nova Arruda,
viene espulsa a causa del suo abbigliamento. Indossava, in aula, un
vestito rosa attillato che terminava con una minigonna corta. A
protestare per primi sono stati i compagni...
Alda Merini, scompare la “piccola ape furibonda” della poesia italiana
Per una
generazione nata a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, conoscere,
ascoltare e vivere figure storiche della letteratura è ed è stato
pressoché impossibile, soprattutto a causa della tarda
istituzionalità che gli ambiti accademici tendono a riconoscere alle
figure letterarie di spicco. Un’eccezione però c’è, o forse
dovremmo dire c’era, visto che Alda Merini è morta l’1 novembre.
Forse nel suo caso è stata anche la sua figura controversa a causare
un non sempre universale e comunque lento riconoscimento di meriti,
certo è che proprio nei Nobel assegnati quest’anno qualcuno aveva
azzardato il suo nome. Siamo vissuti perciò in presenza, e questo è
innegabile, di una scrittrice e poetessa che, a prescindere da
come poi siano andate le cose, anche solo per un attimo, è stata
considerata degna di un Premio Nobel. Ma certo non servono
riconoscimenti istituzionali per affermare che Alda Merini
rappresentava una delle luci più geniali, avanguardiste e
instancabili della poesia contemporanea italiana. Nata a Milano il 21
marzo del 1931, non può frequentare il liceo perché respinta in
Italiano. È perciò costretta a compiere i suoi studi superiori
all'Istituto professionale Laura Solera Mantegazza ed esordisce
giovanissima, a solo 15 anni. Ma è anche giovanissima che in lei
cominciano ad apparire le prime “ombre”, che la costringono
ad un internamento in un ospedale psichiatrico, ma che allo
stesso tempo non le impediranno, una volta uscita, di frequentare e
soprattutto essere apprezzata da moltissimi scrittori ed
intellettuali. Uno su tutti, Salvatore Quasimodo, al quale dedicherà
anche alcune poesie. L’esperienza del manicomio non lascia però la
poetessa indifferente, soprattutto quando è costretta ad un nuovo
ricovero che la vedrà libera solo nel ’79. Il suo lavoro da allora
diventa irrefrenabile e si intreccia in maniera indissolubile con la
sua vita, le sue esperienze, i suoi amori e una poesia che si impone
poi nella scena italiana in maniera unica e allo stesso tempo
indelebile. Raccontare la poesia, e in particolare quella della
Merini, è sicuramente arduo, addirittura sgarbato, se non ridicolo e
riduttivo: ognuno fa uso e consumo della cultura come e se lo ritiene
opportuno. Quello che ci preme qui sottolineare è la rarità di
un’esperienza come quella che abbiamo avuto la possibilità di
vivere, potendo apprendere, conoscere e ascoltare “dal vivo” una
delle più grandi voci poetiche del panorama italiano contemporaneo.
Basta. Anche perché, come diceva appunto la Merini, “non cercate
di prendere i poeti, perché vi scapperanno tra le dita”.