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All’Auditorium la “pizzica power” |
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di Antonella De Biasi
Ricca di contaminazioni, succosa
come un frutto, vivace, mai monotona. Torna la "Notte della Taranta" e conferma
il suo appeal. Mercoledì sera, nella cavea dell'Auditorium Parco della Musica
per la rassegna "Luglio suona bene", l'orchestra popolare "La notte della
Taranta", diretta dal maestro concertatore Ludovico Einaudi, ha regalato alla
platea i brani classici della musica popolare salentina sporcandoli con suoni
elettronici.
Tamburelli, percussioni, violini,
viola, organetto, fisarmonica, fiati: oltre venti i musicisti e cantanti sul
palco. Quest'anno, la voce femminile ospite è stata della Savina Yannatou, cantante
greca eclettica e sperimentatrice, che ha dato un tocco molto speciale
all'intero spettacolo. Inoltre, sempre dalla terra levantina, il dj e
polistrumentista turco Mercan Dede, sperimentatore a sua volta del connubio tra
la tradizione folklorica del suo Paese e l'elettronica, accompagnato dai Secret
Tribe: il richiamo alla tradizione Sufi dell'armonia degli opposti. Vedere
dervisci danzare, mischiati ai tamburelli salentini, fa pensare alla capacità
della musica di produrre dialogo all'ennesima potenza. Ultimo ospite di questa
Taranta versione 2011 è stato Ballaké Sissoko, proveniente da una famiglia di griot
maliani e tra i più grandi virtuosi della kora, strumento tradizionale
diffuso in buona parte dell'Africa occidentale. Su tutti regna la forza di una
grande tradizione folklorica che sta attirando sempre più le simpatie dei giovani.
Crediti foto: Msuacchio&Ianniello
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"A dopo", Amon Tobin in concerto |
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di Stefano Elena
In ragionevole sintonia con le sonorità che fanno del sample una solida architetturadel destino a venire, densa di sicurissime incertezze come quelle cheprobabilmente muteranno i nostri aspetti allo scadere dei negoziati umani e virtuali, anche lascenografia/installazione che Amon Tobinallestisce sul palco è già pronta per il dopomondo.
Su di un assemblaggio di strutture cubiche l'artista proietta immaginivisionarie e non appena futuribili, ricordi di frammenti o memorie in random ilcui potere evocativo e visivo trasporta le idee. Come un ologramma l'artistastesso, all'interno di uno dei cubi più grandi di cui fa la sua cabina dicomando (e non di controllo), appare e scompare senza regolarità, anch'eglidato intermittente di una realtà sostituita. "Le interminabili file di torripendevano dal cielo vivido e lattiginoso, le finestre restavano chiuse, e lagente per le strade ricadeva lentamente nel solito torpore mentale,bighellonando dall'albergo alla biblioteca e dallla biblioteca al caffè." (J.G. Ballard, "Essi ci guardano dalle torri")
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Il Salone Internazionale del Libro di Torino |
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di Roberta Isceri
Il Salone Internazionale del Libro di Torino si è ormai concluso da un pezzo e felicemente: sappiamo che il tema era la memoria, argomento che, avviato nel 2010, si è arricchito quest'anno di riflessioni sul 150° anniversario dell' Unità d'Italia. Sappiamo anche che ad aggiudicarsi il premio è stato lo scrittore spagnolo Javier Cercas. Ma noi di What'sup, come sempre, non ci siamo accontentati della ribalta e abbiamo dato un'occhiata qua e là, alla ricerca di qualcuno che parlasse di giovani. E ci siamo imbattuti in Daria Bignardi, protagonista di un incontro dal titolo molto esplicito: "Le parole del futuro: inquietudine". Ecco quello che cercavamo: qualcosa che accomunasse migliaia di ragazzi e ragazze e non solo nel male. Perché "l'inquietudine non è una cosa negativa"; così sostiene l'autrice di Un karma pesante. Perché se coincide con la creatività, "è energia, che deve però essere indirizzata e governata perché diventi produttiva. Questo deve essere un lavoro quotidiano, se no si finisce per essere quotidianamente insoddisfatti". Ma se è vero che l'inquietudine nasce con l'adolescenza, è altrettanto vero che negli ultimi anni si è alzata la soglia di coloro che ne "soffrono", allungando di molto una gioventù alle volte scomoda. Ma quali sono le paure dei giovani d'oggi? "Tanti hanno sogni ma spesso non se li concedono, perché credono che non siano possibili, anche se non è così. Ci si deve dedicare alla propria scontentezza, faticare per superarla!". E come? La cosa migliore è sempre la condivisione, "perché raccontando la propria storia, ci si rende conto che tutti sono inquieti". Insomma Daria, un messaggio per i lettori di What's up? "Non fatevi sopraffare dall'inquietudine, mai!".Dall'inquietudine all'Italia (un'accoppiata "vincente"):nello stesso stand, infatti, abbiamo incontrato un paio d'ore dopo Luca Sofri, autore di Un grande Paese, oltre che collega e compagno di Daria Bignardi. Gli abbiamo chiesto se, al di là deil uoghi comuni, ci sia qualche esempio nel nostro Paese che i giovani possano seguire: "Per quanto sia facile da dire, Roberto Saviano penso sia una figura molto importante, in un'Italia in cui assistiamo a un disastro gerontocratico permanente, che però non è solo questione di persone ma di creazione di una palude culturale ostile alla modernità e per cui è difficile creare spazi per le novità". Insomma, che dobbiamo fare? "Eh ... bella domanda.Andare all'estero. Penso che non bisognerebbe avere molta paura: èuna grande opportunità, a meno che, certo, non si sia costretti a rimanere. Per il resto, comportatevi sempre bene!". Mah ...
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"NO ALLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE" |
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LANCIATE
IL VOSTRO SLOGAN PER PARTECIPARE
AL CONCORSO DELLE NAZIONI UNITE
di Maria Chiara Carbone
La
reazione istintiva dell'essere umano di fronte a fatti che lo
spaventano e
verso i quali prova ribrezzo è quella di chiudere gli occhi, restare
immobile e
in silenzio per non destare attenzione. Bene, di fronte all'orrore
della
violenza contro le donne, c' è chi ha deciso di mettere fine al
silenzio.
Le
Nazioni Unite, dopo numerose altre campagne, hanno promosso un concorso rivolto ai giovanissimi proprio
per dire, e a gran voce, "NO ALLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE". Le
regole sono
semplici: basta creare uno slogan pubblicitario che rifiuti, in maniera
incisiva, la pratica della violenza, sia fisica che psicologica, contro
le
donne. Lanciato l'8 marzo, scadrà il 31
maggio. La posta in palio è di 5000
Euro, oltre alla possibilità di vedere il proprio slogan pubblicato
sul
sito della competizione (un'ottima opportunità per chi spera di entrare
nel
mondo della grafica e della pubblicità), e di vederlo stampato sui
alcuni dei
più autorevoli quotidiani europei. La giuria è
composta da grafici, fotografi,
pubblicitari ed esperti di parità dei sessi.
I
lavori devono essere eseguiti sul sito
dedicato: competition.Create4theUN.eu.
Due
premi importanti sono inoltre previsti per il vincitore del voto
pubblico e
per la miglior opera presentata da un giovane sotto i 25 anni. Il
concorso è
aperto a tutti i cittadini e residenti dei 48 Paesi europei e il voto è
aperto
a tutti. Il messaggio è: come lo stesso sito www.create4theun.eu (dove sono
disponibili ulteriori informazioni sulla competizione) ammette, la
violenza
contro le donne non è (purtroppo) evitabile, ma è certo possibile (e
doveroso)
ridurla e cercare di fermarla. Purtroppo
le statistiche in questo senso non sono incoraggianti: i dati europei
denunciano che 1 donna su 5 è stata vittima di violenza psicologica (da
considerarsi non meno grave di quella fisica) e 1 su 10 di violenza
fisica. Il
paese con primato più triste è forse però il Congo: si stima infatti
che nel
paese africano circa 1152mila donne siano vittima ogni giorno di
violenza, per
una media di circa 48 l'ora. Non è forse il momento di mettere fine a
questo
scempio? Chi ha il coraggio di rimanere in silenzio? Lanciate il vostro
singolarissimo slogan!
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IL PLANKING: UN’ALTRA FOLLE TENDENZA PER “ESSERCI” |
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di Maria Chiara Carbone
Nessuno contesta la
validità dei social network come mezzi di comunicazione, per tenersi
aggiornati, recuperare vecchie amicizie, ma anche solo per continuare ad essere
al corrente della vita delle persone con le quali non comunichiamo più. Non si
può parlare in questo caso di "buco della serratura", non si tratta di spiare
la persona in questione. La realtà dei social network è quella di una vetrina
personale dove invitiamo gli altri a guardarci, un banco d'esposizione dove
mettere in mostra solo il meglio di sé, o perlomeno solo quello che cerchiamo
di far arrivare, incapaci di comunicarlo apertamente.
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