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L'intervista

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Marco Mengoni

Blog
“Vorrei la pelle nera”…il canestro dell’antirazzismo!

basket antirazzismo.jpg"Vorrei la pelle nera" cantava Nino Ferrer nel 1967. Oggi, quasi 50 anni dopo, questa sembra essere la frase che mette il punto a una brutta storia, di quelle che nel mondo dello sport si sentono (purtroppo) di frequente. L'iniziativa "Io vorrei la pelle nera" è la risposta della FIP (Federazione Italiana Pallacanestro) al brutto episodio che ha coinvolto Abiola Wabara, cestista di colore della Geas Sesto San Giovanni colpita da insulti razzisti durante la gara 2 del primo turno dei playoff del campionato femminile in casa della Comense.

L'iniziativa ha coinvolto non solo i giocatori della Lega, ma anche gli arbitri e i giornalisti a bordo campo che, durante la scorsa giornata di campionato hanno dipinto il proprio corpo con strisce nere per testimoniare solidarietà alla giocatrice e disappunto verso chi ancora oggi dimostra scarsa intelligenza e civiltà facendosi protagonista di questi episodi. E, fortunatamente, non è un grido isolato. Anche l'Eurolega ha partecipato  all'iniziativa: le finali di Eurocup che si sono tenute a Treviso nel fine settimana hanno ospitato a bordo campo lo slogan della campagna FIP " Vorrei la pelle nera" sia in italiano, sia nella versione inglese "I wish I had a black skin".

 
Se ti trovi il nonno su Facebook

computer anziani.jpgUna volta gli anziani si riunivano nei circoli a giocare a carte, oppure andavano a trovare i propri  nipoti per portarli fuori al parco. Oggi, in nome dei tempi che cambiano, potremmo trovare i nostri nonni che ci contattano in chat per chiederci come stiamo e se abbiamo mangiato e vedere poi sulle loro bacheche di Facebook il post di un gioco on line.

Sì, perché la storia è proprio questa: l'utilizzo dei social network da parte degli anziani è in aumento sempre più e uno studio presentato al congresso dell'Associazione italiana di psicogeriatria (Aip) a Gardone Riviera rivela che i nonni cibernauti preserverebbero la propria salute. Un'ora al giorno passata davanti al social network più diffuso al mondo, infatti, aiuterebbe la memoria e conserverebbe giovane il cervello, oltre a migliorare le relazioni sociali.

E non solo. Molto diffuso è anche l'utilizzo di You Tube e Skype. Insomma, è decisamente finito il tempo in cui i nonni chiedevano lezioni di tecnologia ai propri giovani parenti, molto più probabile che i nipotini si vedano "taggati" in un affettuoso post da uno degli di over  65 (sono oltre un milione e mezzo!) che abitualmente utilizza i social network.

 

 
LA “SOBRIA” MOVIDA ROMANA

di Maria Chiara Carbone

bicchieri.jpgLe strade dei quartieri capitolini, notoriamente conosciuti come ambienti di movida notturna questo weekend sembravano più vuote. Chi avesse deciso, infatti, di bere una birra, o un qualsiasi altro tipo di alcolico passeggiando per i vicoli del centro o semplicemente chiacchierando fuori dal locale dove aveva acquistato la bevanda, aveva tempo fino alle ore 23, poi… multa! Sì, proprio così. Questo è ciò che prevede l’ordinanza del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, per contrastare l’abuso di alcol e le conseguenze che da esso derivano. Dal 1 Aprile al 30 Giugno, infatti, non solo per gli esercizi  è vietata la vendita e la somministrazione di alcolici, dalle 23 fino a chiusura,  “per l’asporto o il consumo al di fuori del locale e delle relative superfici attrezzate, pubbliche o private, di pertinenza del locale medesimo”, ma anche chi è colto dalle 23 alle 6 del mattino a consumare alcolici nelle strade  pubbliche o aperte al pubblico transito rischia una multa.

 
32enne italiana tra i 10 migliori scienziati negli Stati Uniti

ricerca.jpgGli Stati Uniti, si sa, hanno la mania di stilare delle liste. Riescono sempre a classificare i migliori e i peggiori in ogni ambito. Ma questa volta la classifica ci riguarda personalmente e, da un certo punto di vista, ci fa onore. Questo perché Chiara Daraio, marchigiana, 32 anni, è stata inserita dalla rivista Popular science nella prestigiosa "Brilliant 10", la classifica dei 10 migliori scienziati under 40 che lavorano negli Usa. Giovane e italiana, quindi, che ha ottenuto l'importante riconoscimento grazie ai suoi studi su un sistema che permette  ecografie ad alta definizione. Intervistata da "Il Fatto Quotidiano", Chiara ha ammesso, però, che in Italia questo non le sarebbe mai stato possibile. E lo ammette con rammarico, perché se ci fosse stata la possibilità, avrebbe volentieri valutato un rientro nel nostro Paese, per continuare le sue ricerche. Com'è noto, però, questa è solo un'utopia, considerati gli investimenti che in Italia vengono riservati alla ricerca e il sistema universitario strutturato secondo parametri troppo lontani dalla meritocrazia. Ed ecco allora che Chiara resta in America, si costruisce lì una famiglia (ha da poco partorito un figlio senza che questo abbia interferito con la sua carriera) e diventa full professor all'università di San Diego. Testimonianza tangibile e concreta di quei famosi "cervelli in fuga" di cui tanto si parla e per cui poco, però, si fa. "È triste vedere come in Italia il valore della ricerca sia ridotto al minimo" dichiara nell'intervista. "Ammiro i ricercatori che rimangono per la loro volontà di "cambiare" il sistema, e la loro voglia di migliorare la ricerca nonostante il carico di insegnamento accademico sia pesantissimo rispetto a qui, e nonostante le magre condizioni economiche e le lunghe attese per promozioni accademiche che procedono con criteri ancora oscuri. Applaudo la voglia di cambiamento, anche se in condizioni piuttosto difficili al momento". Chi vuole cambiare il sistema, resta, e sicuramente è degno della stima di chi invece va. Ma quanto costa questa "resistenza"? Forse tanto, considerando che, a soli 32 anni, negli Stati Uniti si ha la possibilità di crescere, costruirsi una famiglia, portare avanti il lavoro per cui si è studiato, e rientrare così nella lista dei "migliori 10". E Chiara Daraio ne è la dimostrazione.

 

 
Ucciso “Mo”, il giovane volto del giornalismo libero in Libia

di Irene D'Intino

libia.jpgEra ufficialmente il primo giornalista che fosse riuscito, dalla rivoluzione del '69, a lavorare indipendentemente dal regime. E aveva solo 28 anni. Mohammed Nabbous è morto il 19 marzo scorso, ucciso mentre cercava nuove prove contro il Regime di Gheddafi. Perché, se lo sguardo del mondo è puntato assiduamente verso la Libia solo da pochi giorni, lui, della liberazione del suo paese, ne aveva fatto un vero e proprio mestiere, un obiettivo, una scelta. E combatteva ogni giorno la sua lotta usando uno dei mezzi più nobili, ma anche troppo spesso sviliti: il giornalismo. "Mo" (questo il soprannome con cui ormai era conosciuto) era il volto del Citizien journalism in Libia e aveva fondato la prima televisione privata nel suo paese, Libya Alhurra TV , punto di riferimento per tutti coloro che cercavano un'informazione lontana dal regime e anche per i molti che, dopo la rivoluzione del 17 febbraio, hanno organizzato le sommosse popolari. Mohammed Nabbous era un giornalista "scomodo", come si direbbe con un termine troppo abusato (e dimenticando, tra l'altro, che forse è proprio nell'essere "scomodo" la vera essenza del giornalismo): per questo è stato colpito alla testa da un proiettile, sparato da un cecchino, subito dopo, così sembra, aver raccolto ulteriori informazioni contro il Regime. "Mo" stava infatti lavorando, tra le altre cose, al reperimento di prove che dimostrassero come Gheddafi avrebbe, nei giorni scorsi, ignorato il "cessate il fuoco" della Nato a discapito di ribelli e popolazione civile. La sua voce era ormai tanto autoritaria, in Libia, da essere diventato, in questi giorni, punto di riferimento importante anche per i tanti "colleghi" internazionali, che lo avevano intervistato subito dopo la liberazione di Bengasi. "Non ho paura di morire, ho paura di perdere la battaglia!", avrebbe dichiarato. Oggi invece, restano solo le parole della moglie, dalla quale Nabbous aspettava ora anche un figlio: "Voglio far sapere a tutti voi che Muhammed è morto per questa causa e speriamo che la Libia diventerà libera" ha dichiarato. "Grazie a tutti. E non smettiamo di fare quello che stiamo facendo finché non sarà finito. Quello che ha iniziato deve andare avanti, non importa cosa succede. Ho bisogno che ognuno faccia tutto quello che può per questa causa. Per favore fate continuare questo canale e mobilitare le vostre autorità. Ci stanno ancora bombardando, stanno ancora sparando e molte persone moriranno. Non lasciate che ciò che Mo iniziato finisca in niente, gente, fate sì che ne valga la pena". Intanto, con le migliore tempistiche del Web, la sua pagina Wikipedia parla già di lui al passato, mentre su Facebook sono sorti moltissimi gruppi che chiedono la sua candidatura a Nobel per la Pace.

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