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Se ti trovi il nonno su Facebook |
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Una
volta gli anziani si riunivano nei circoli a giocare a carte, oppure andavano a
trovare i propri nipoti per portarli
fuori al parco. Oggi, in nome dei tempi che cambiano, potremmo trovare i nostri
nonni che ci contattano in chat per chiederci come stiamo e se abbiamo mangiato
e vedere poi sulle loro bacheche di Facebook il post di un gioco on line.
Sì,
perché la storia è proprio questa: l'utilizzo dei social network da parte degli
anziani è in aumento sempre più e uno studio presentato al congresso
dell'Associazione italiana di psicogeriatria (Aip) a Gardone Riviera rivela che
i nonni cibernauti preserverebbero la propria salute. Un'ora al giorno passata
davanti al social network più diffuso al mondo, infatti, aiuterebbe la memoria
e conserverebbe giovane il cervello, oltre a migliorare le relazioni sociali.
E
non solo. Molto diffuso è anche l'utilizzo di You Tube e Skype. Insomma, è
decisamente finito il tempo in cui i nonni chiedevano lezioni di tecnologia ai
propri giovani parenti, molto più probabile che i nipotini si vedano "taggati"
in un affettuoso post da uno degli di over
65 (sono oltre un milione e mezzo!) che abitualmente utilizza i social
network.
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LA “SOBRIA” MOVIDA ROMANA |
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di Maria Chiara Carbone
Le strade dei quartieri capitolini, notoriamente conosciuti come ambienti di movida notturna questo weekend sembravano più vuote. Chi avesse deciso, infatti, di bere una birra, o un qualsiasi altro tipo di alcolico passeggiando per i vicoli del centro o semplicemente chiacchierando fuori dal locale dove aveva acquistato la bevanda, aveva tempo fino alle ore 23, poi… multa! Sì, proprio così. Questo è ciò che prevede l’ordinanza del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, per contrastare l’abuso di alcol e le conseguenze che da esso derivano. Dal 1 Aprile al 30 Giugno, infatti, non solo per gli esercizi è vietata la vendita e la somministrazione di alcolici, dalle 23 fino a chiusura, “per l’asporto o il consumo al di fuori del locale e delle relative superfici attrezzate, pubbliche o private, di pertinenza del locale medesimo”, ma anche chi è colto dalle 23 alle 6 del mattino a consumare alcolici nelle strade pubbliche o aperte al pubblico transito rischia una multa.
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32enne italiana tra i 10 migliori scienziati negli Stati Uniti |
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Gli Stati Uniti, si sa, hanno la
mania di stilare delle liste. Riescono sempre a classificare i migliori e i
peggiori in ogni ambito. Ma questa volta la classifica ci riguarda
personalmente e, da un certo punto di vista, ci fa onore. Questo perché Chiara
Daraio, marchigiana, 32 anni, è stata inserita dalla rivista Popular science
nella prestigiosa "Brilliant 10", la classifica dei
10 migliori scienziati under 40 che lavorano negli Usa. Giovane e italiana,
quindi, che ha ottenuto l'importante riconoscimento grazie ai suoi studi su un
sistema che permette ecografie ad alta
definizione. Intervistata da "Il Fatto Quotidiano", Chiara ha ammesso, però,
che in Italia questo non le sarebbe mai stato possibile. E lo ammette con rammarico,
perché se ci fosse stata la possibilità, avrebbe volentieri valutato un rientro
nel nostro Paese, per continuare le sue ricerche. Com'è noto, però, questa è
solo un'utopia, considerati gli investimenti che in Italia vengono riservati
alla ricerca e il sistema universitario strutturato secondo parametri troppo
lontani dalla meritocrazia. Ed ecco allora che Chiara resta in America, si costruisce
lì una famiglia (ha da poco partorito un figlio senza che questo abbia
interferito con la sua carriera) e diventa full
professor all'università di San Diego. Testimonianza tangibile e concreta
di quei famosi "cervelli in fuga" di cui tanto si parla e per cui poco, però,
si fa. "È triste vedere come in Italia il
valore della ricerca sia ridotto al minimo" dichiara nell'intervista. "Ammiro i ricercatori che rimangono
per la loro volontà di "cambiare" il sistema, e la loro voglia di migliorare la
ricerca nonostante il carico di insegnamento accademico sia pesantissimo
rispetto a qui, e nonostante le magre condizioni economiche e le lunghe attese
per promozioni accademiche che procedono con criteri ancora oscuri. Applaudo la
voglia di cambiamento, anche se in condizioni piuttosto difficili al momento".
Chi vuole cambiare il sistema, resta, e sicuramente è degno della stima di chi
invece va. Ma quanto costa questa "resistenza"? Forse tanto, considerando che,
a soli 32 anni, negli Stati Uniti si ha la possibilità di crescere, costruirsi
una famiglia, portare avanti il lavoro per cui si è studiato, e rientrare così
nella lista dei "migliori 10". E Chiara Daraio ne è la dimostrazione.
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Ucciso “Mo”, il giovane volto del giornalismo libero in Libia |
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di Irene D'Intino
Era ufficialmente il primo
giornalista che fosse riuscito, dalla rivoluzione del '69, a lavorare
indipendentemente dal regime. E aveva solo 28 anni. Mohammed Nabbous è morto il 19 marzo scorso, ucciso mentre cercava nuove
prove contro il Regime di Gheddafi. Perché, se lo sguardo del mondo è puntato
assiduamente verso la Libia solo da pochi giorni, lui, della liberazione del
suo paese, ne aveva fatto un vero e proprio mestiere, un obiettivo, una
scelta. E combatteva ogni giorno la sua lotta usando uno dei mezzi più nobili,
ma anche troppo spesso sviliti: il giornalismo. "Mo" (questo il soprannome con
cui ormai era conosciuto) era il volto del Citizien journalism in Libia e aveva
fondato la prima televisione privata nel suo paese, Libya Alhurra TV , punto di riferimento per tutti coloro che cercavano un'informazione
lontana dal regime e anche per i molti che, dopo la rivoluzione del 17 febbraio,
hanno organizzato le sommosse popolari. Mohammed
Nabbous era un giornalista "scomodo", come si direbbe con un termine troppo
abusato (e dimenticando, tra l'altro, che forse è proprio nell'essere "scomodo"
la vera essenza del giornalismo): per questo è stato colpito alla testa da un
proiettile, sparato da un cecchino, subito dopo, così sembra, aver raccolto
ulteriori informazioni contro il Regime. "Mo" stava infatti lavorando, tra le
altre cose, al reperimento di prove che dimostrassero come Gheddafi avrebbe,
nei giorni scorsi, ignorato il "cessate il fuoco" della Nato a discapito di
ribelli e popolazione civile. La sua voce era ormai tanto autoritaria, in
Libia, da essere diventato, in questi giorni, punto di riferimento importante
anche per i tanti "colleghi" internazionali, che lo avevano intervistato subito
dopo la liberazione di Bengasi. "Non ho paura di morire, ho paura di
perdere la battaglia!", avrebbe
dichiarato. Oggi invece, restano solo le parole della moglie,
dalla quale Nabbous aspettava ora anche un figlio: "Voglio far sapere a tutti voi che Muhammed è morto per questa causa e speriamo
che la Libia diventerà libera" ha dichiarato. "Grazie a tutti. E non smettiamo di fare quello che stiamo facendo
finché non sarà finito. Quello che ha iniziato deve andare avanti, non importa
cosa succede. Ho bisogno che ognuno faccia tutto quello che può per questa
causa. Per favore fate continuare questo canale e mobilitare le vostre
autorità. Ci stanno ancora bombardando, stanno ancora sparando e molte persone
moriranno. Non lasciate che ciò che Mo iniziato finisca in niente, gente, fate
sì che ne valga la pena". Intanto, con le migliore tempistiche del Web,
la sua pagina Wikipedia parla già di lui al passato, mentre su Facebook sono
sorti moltissimi gruppi che chiedono la sua candidatura a Nobel per la Pace.
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