|
“Stoopid Monkeys In The House” è l’album
d’esordio del gruppo romagnolo STOOP. Piacevolmente sorpresi dalla
loro performance al MEI di Faenza di quest’anno, noi di What’s Up
li abbiamo intervistati. Insieme dal 2003, la band di Reggio Emilia
ha alle spalle un’ottima attività dal vivo sui palchi di tutta
Italia, attività che ha condiviso con artisti come Hugo Race (Bad
Seeds), Marlene Kuntz e Perturbazione. Nel 2005, i sei componenti
della band hanno suonato al MEI di Faenza, alla trasmissione Play.it
su All Music e hanno vinto l' Heineken Contest, che li ha portati ad
esibirsi sul main stage dell'Heineken Jammin' Festival.
Nel luglio 2006, avendo vinto il concorso
Destinazione Neapolis, hanno partecipato al Neapolis Rock
Festival, dove si sono esibiti accanto a Iggy Pop, Robert Plant,
Deus, Eels e Jovanotti. Nello stesso anno vincono il concorso
internazionale U-Music 2006 come miglior gruppo rock. Gli
STOOP propongono un gustoso mix di melodie e atmosfere tipicamente
indie, influenzato non poco dalla musica popolare e dalla terra
d’origine del sestetto, con echi di R.E.M., Echo & The
Bunnymen, in alcuni casi persino di Nick Cave & The Bad Seeds.
Salve ragazzi, benvenuti su PortUp!
Presentatevi.
Gli STOOP sono di Reggio Emilia e sono composti da Diego Bertani,
voce e chitarra, Carloenrico Pinna, chitarra acustica e cori,
Fabrizio Bertani, batteria e voce, Simone Benassi, tromba, Marco
Ponzi, basso, e Marco Parmigiani, chitarra, steel guitar e synth, il
polistrumentista della band.
Avete condiviso il palco nel 2003 con i Marlene
Kuntz e nel 2006 con Jovanotti, vinto nello stesso anno il
concorso internazionale U-Music, pubblicato un
album e siete in fase di registrazione per un nuovo vostro lavoro.
Che aspettate a farvi conoscere al grande pubblico?
Magari! Innanzitutto in Italia c’è il problema
della lingua, se fai musica in inglese è veramente difficile
arrivare al grande pubblico. Per il resto, prima di approdare alla
pubblicazione dell’album, abbiamo vinto qualche concorso (anche
internazionale) e ci siamo divertiti a calcare palchi non
raggiungibili con altri mezzi, perché arrivare a suonare
all’Heineken Jammin’ Festival è veramente difficile senza
partecipare prima ad un concorso. Noi ci siamo arrivati per meriti
discografici. Di conseguenza, il problema per farsi conoscere è
probabilmente quello di trovare in Italia chi è disposto a
promuovere musica in inglese.
Da dove e da cosa nasce l’idea di chiamarvi
“STOOP”?
Il nome è nato praticamente dopo che abbiamo deciso
di chiamare “Stoopid Monkeys in the House” il nostro primo album.
Quando ci trovavamo per suonare abbiamo detto che se mai avremmo
pubblicato un album l’avremmo chiamato così, e di qui
l’abbreviazione del titolo è diventata il nostro nome, “Stoop”,
appunto, scritto con due 0, per dare meno nell’occhio. La nascita
del nome è legata fondamentalmente a questo, non ci abbiamo pensato
più di tanto.
Il vostro album si chiama “Stoopid Monkeys in
the House”…Ogni riferimento è del tutto casuale?
Sì. Direi di sì. Si rifà un po’ alla visione
dell’uomo che spesso si prende troppo sul serio, ma che in realtà
non è altro che un primate più evoluto che si racchiude in scatole
per abitare o per viaggiare o per spostarsi.
Chi sono le “stupide scimmie” di oggi,
musicalmente parlando?
(Imbarazzato) Non saprei se definirle stupide
scimmie…forse chi fa musica per arrivare alla fama più che per il
piacere di farlo, senza divertirsi. È abbastanza stupido il fatto di
pensare al lavoro del musicista, comunque al fare musica, per
raggiungere la fama. Per quello ci sono altre strade, per esempio,
andare al Grande Fratello e diventare famosi senza essere capaci di
fare musica. E’ importante riuscire a scrivere canzoni, a fare
quello che ti piace senza guadagnare soldi per viverci. Infatti,
abbiamo altri lavori, come un buon 90% delle band italiane che fa
musica, dischi e concerti.
Ci sono band a cui vi ispirate?
Tra noi sei abbiamo gusti musicali vari e
differenti, però per il primo album ci siamo ispirati, nella
sonorità e nell’arrangiamento, a gruppi come Cake, Gomez, Deus,
Pavement. Per il nuovo album, probabilmente, ci sposteremo un po’
come sonorità ma il modo di scrivere le canzoni rimarrà sempre
quello.
Il vostro brano “Fire on my cheap
sunburn” è presente nella compilation “Non me ne lavo
Milano” (la compilation ufficiale di Mi-Indies).
Che ne pensate della scena indie milanese?
Sicuramente è una scena molto viva, ci sono molte
realtà attive e le etichette che le promuovono hanno fatto una
scelta giusta unendo le forze e pubblicando questa compilation con
tutto quello che di migliore è stato prodotto in questi ultimi anni,
soprattutto dal momento che è difficile far arrivare al grande
pubblico quello che loro propongono. Il fatto di unirsi fa sì che
tutti i gruppi e tutte le etichette promuovano la stessa cosa. Mi
sembra una mossa ragionata.
Avete ottenuto, dagli addetti ai lavori,
recensioni positive, ma anche negative. Secondo voi cosa non convince
appieno? In quale direzione sta andando il vostro sound?
Accettiamo anche le critiche negative. Dal momento
che abbiamo la fortuna di non dover vivere con la musica, facciamo le
cose esattamente come ci piacciono. Sicuramente non andiamo a
modificare il nostro modo di fare musica solo per aver ricevuto una
critica da uno o due persone. Magari apprezzeranno di più il
prossimo lavoro, questo per noi non è un problema.
Avete di recente partecipato al MEI,
manifestazione da voi già conosciuta nel 2005… Cosa è cambiato?
Quest’anno abbiamo fatto una toccata e fuga: siamo
giusto andati per suonare e poi siamo dovuti scappare, però abbiamo
notato una grande affluenza e moltissimi gruppi. Rispetto al 2005 ci
sono state più iniziative all’aperto che prima non c’erano. Il
MEI ormai è diventato una manifestazione storica. In questi anni è
cresciuta molto la partecipazione da parte del pubblico.
State lavorando al vostro prossimo album…
qualche anticipazione per i lettori di What’s Up?
Le sonorità dei brani saranno più “spaziali” e meno
“desertiche”. L’intenzione è questa, quindi tutto quello che
prima era tromba e steel guitar potrebbe essere sostituito da
elementi più elettronici. Questo è quello che sappiamo adesso, poi
mentre stiamo per finirlo forse… prenderà tutta un’altra piega!
|