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Alfredo
Jaar a Milano
Capita sempre più
raramente, da qualche tempo a questa parte, di uscire “segnati” dalla visita
alla mostra proposta da uno spazio espositivo in genere, pubblico o privato che
sia.
Quando succede,
l’impellenza di condividere o anche solo di riportare si rende furiosamente
incalzante e decorativamente lampeggiante, come un’insegna intermittente che
indica un posto diverso dove sia possibile provare, comprare, gustare senza
rimanere delusi dall’autorevolezza promessa dai verbi.
A me è successo di recente
con la sezione della mostra “IT IS
DIFFICULT” di ALFREDO JAAR allestita nei bellissimi ambienti industriali dell’Hangar
Bicocca di Milano (altra parte trova sede presso lo Spazio Oberdan nella stessa
città), accessoriati peraltro dell’utile attività del dipartimento educativo Hangar
Bicocca Lab.
“È difficile” non aderisce
soltanto, con esclusiva idoneità ed eloquenza, al tenore impegnato e forse
persino impegnativo della consistenza dei lavori proposti, ma all’ostinazione
della crudeltà del mondo in genere, di quel posto sempre più inagibile in cui
pensare di vivere sembra sempre più impossibile.
Nato nel 1956 a Santiago del Cile e
residente a New York dal 1982, Jaar rappresenta un attendibile esempio di sincerità sensibile; il suo lavoro rivolge
le proprie attenzioni ai malanni del pianeta terra, scritto minuscolo perché sì
(che poi continuare a chiamarlo così, così come il dizionario spiega la parola
Terra: “s. f. 1 il pianeta del sistema solare su
cui si svolge la vita degli uomini”, mi torna sempre più ostico visto che
non sono troppo convinto del fatto che sia la vita degli uomini, a svolgersi
dentro e intorno questa sfera tumefatta, ma qualcosa di meno promettente e
molto, molto meno durevole…).
Jaar si interpone tra noi
e la verità, tra noi e l’attestazione mediatica dei fatti importanti.
Tra emittente e ricevente,
tra media e utente.
Diventa voce affidabile e
narrante, documento credibile senza filtri d’obbligo, osservatore realistico di
quanto succede all’uomo. Di quanto DAVVERO può succedere a quello stesso uomo
di cui i tg e gli speciali in prima serata raccontano come se si trattasse di
una verità diversa.
L’urgenza domandata da
quanto si tramuta in silenzio nazionalpopolare diventa per Jaar esigenza
d’indagine oggettiva, come se l’arte riuscisse ancora, questa volta, a
rispettare le istanze costitutive della sua identità, a riferire cioè – priva
di consigli per gli acquisti e opinioni “autorevoli” – l’andamento effettivo delle
cose in paesi che non vanno, che non si muovono, immobilizzati dalla morsa
stretta di disagi e oppressioni che fermano il respiro e poi lo tolgono.
Ulteriore inestinguibile
merito dell’artista (e chiamare così Jaar mi sazia di un’adeguatezza tanto tale
da sfamare per giorni l’aspirazione significante
dello/di uno scrivente) è quello di mantenere, nel corso del suo dire, la
corporatura prestante dell’attestazione anaffettiva, la forma sobria del
relazionare senza relazioni proprie, senza quei sentimenti invadenti che
invadono chi dice e chi sente dire.
Jaar ce la fa, a
(di)mostrare senza imporre la propria commozione, a consegnare escludendo la
pateticità facile di argomenti strappalacrime cui sistemi altri attingono
ingordi per consensi dall’intenerimento certo e certificato.
THE
SOUND OF SILENCE, 2006
È un video, il cui accesso
al pubblico è regolato da una sorta di semaforo esterno alla sala di
proiezione, dedicato al fotografo sudafricano Kevin Carter, autore di una foto
vincitrice del Premio Pulitzer in seguito al quale Carter, devastato dal senso
di colpa dovuto al frangente immortalato, si toglie la vita.
LAMENT
OF THE IMAGES, 2002
Tra le prime e più
importanti installazioni di Jaar, Lament
of the Images accompagna il visitatore nella lettura di alcuni testi la
percezione del cui contenuto è seguita da quella di una luce abbagliante, ad
attestare l’anonimato dell’informazione e l’accecamento comunicativo causato
dalle metodologie mediatiche.
GEOGRAPHY=WAR,
1991
Costituita da alcuni
bidoni pieni di un liquido scuro che riflette le immagini dei volti di bambini
e contadini africani appese sopra i contenitori, questa installazione si
riferisce allo scandalo verificatosi nel villaggio nigeriano di Koko nel 1987,
quando i rifiuti tossici di diverse aziende italiane vennero scaricati lì dietro
“l’oneroso” compenso di 100 dollari al mese.
EMERGENCIA,
1998
Da un’enorme vasca ricolma
d’acqua emerge, ogni dodici minuti, la riproduzione in fibra di vetro su scala
1:1.000.000 del continente africano, metafora dell’alternato e regolare
esistere/scomparire dell’Africa.
Questi alcuni soltanto dei
lavori proposti all’Hangar Bicocca che ha riaperto al pubblico la grande navata
dove troneggiano dal settembre 2004 I sette palazzi celesti, la straordinaria installazione
realizzata appositamente da Anselm Kiefer
e che ha inaugurato lo spazio espositivo.
Alla
mostra “It Is Difficult” Jaar affianca il progetto pubblico Questions
Questions, consistente in un’articolata campagna di comunicazione che,
adottando modalità e supporti della pubblicità commerciale, insinua invece
nella città contenuti che commerciali non sono.
Sino a gennaio
avete modo di comprendere l’andamento di certe parti del nostro e vostro mondo,
di dedurre le comode storpiature e le continue parzialità divulgate da chi
detiene il potere di una comunicazione globale sempre più forfettaria.
E questo, ve
l’assicuro, val bene, per chi non ci abitasse, un saltino a Milano…
3
1
Ingresso della mostra all’Hangar
Bicocca
2
Alfredo
Jaar
Lament of the Images,
2002
Tre testi illuminati,
schermo luminoso
Collezione Louisiana
Museum of Modern Art, Humlebaek, Danimarca
3
Alfredo
Jaar
Emergencia,
1998
Vasca in metallo, acqua,
maquette in fibra di vetro, impianto idraulico,
motore
Collezione MUSAC, Museo de
Arte Contemporáneo de Castilla y León, Spagna
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