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di Gabriella Poggioli
Entroterra islandese, solstizio
d’inverno. Chiuse in pellicce d’alta moda, con le unghie laccate
e le labbra ben definite dal trucco, tre donne impugnano
maldestramente fucili da caccia, si esercitano nella pesca tra i
ghiacci, giocano a golf, lavorano all’uncinetto, cantano intorno al
fuoco, seppelliscono in un rituale incomprensibile gioielli e
telefoni cellulari. No, non si tratta dell’evoluzione moderna di
antichi costumi eschimesi (sebbene sia convinzione diffusa, non ci
sono Eschimesi in Islanda): è la quotidianità surreale in un futuro
fin troppo prossimo di tre ricche casalinghe disperate, fuggite dalla
città verso le ultime distese innevate della Terra, estremo lusso e
privilegio mentre il resto del pianeta soffoca nell’afa. In Dynasty
(2007) le tre “ragazze terribili” del collettivo artistico
Icelandic Love Corporation travestono l’apocalisse del
riscaldamento globale con i panni di un’ironica messinscena:
tredici minuti di video e nove fotografie che descrivono solo uno dei
diversi sguardi sul problema offerti da RETHINK – Contemporary Art
& Climate Change, la rassegna di eco-art nordica e internazionale
in mostra a Copenhagen fino al prossimo 5 aprile
(www.rethinkclimate.org).
Inserita nel programma culturale
ufficiale della Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici che dal 7 al
18 dicembre 2009 ha spostato l’ombelico del mondo nella discreta
città della Sirenetta, RETHINK nasce con l’intento di suggerire al
pubblico e – perché no? – alla politica un approccio innovativo
alla complicata questione del riscaldamento globale: “ripensare”
il pianeta a partire dall’arte. Un’ambizione eccessiva? Non
secondo Connie Hedegaard, il combattivo ministro danese dell’ambiente
significativamente ribattezzata durante il vertice “lady Clima”:
“Sono convinta che l’arte possa agire da fonte d’ispirazione
per avviare una riflessione più seria e concreta. Mi auguro che i
delegati presenti alla Conferenza ONU ne siano influenzati
positivamente; in ogni caso, è fondamentale offrire ai cittadini
l’opportunità di guardare all’emergenza climatica da una
prospettiva non solo scientifica o socio-economica, ma anche
culturale”. Una sfida raccolta a Copenhagen da una manciata di
stelle del firmamento artistico contemporaneo: ventisei nomi tra cui
spiccano l’argentino Tomas Saraceno, che con Flying Biospheres
anticipa la soluzione a un futuro di possibile sovrappopolazione
portando l’umanità a vivere in globi trasparenti sospesi tra le
nuvole, e il nigeriano Bright Ugochukwu Eke, che nella sorprendente
installazione Acid Rain si serve di sacchetti di plastica pieni
d’acqua e di carbone per riaccendere l’allarme nei confronti di
alterazioni naturali devastanti ma ormai date per scontate.
Nessun artista italiano tra gli ospiti
di RETHINK: un’assenza spiacevole, che non corrisponde a una
mancanza di impegno in difesa dell’ambiente da parte del panorama
artistico nazionale. Lo dimostra EcoArt Project
(www.ecoartproject.org), un progetto continuativo di arte
contemporanea volto alla sensibilizzazione su temi “verdi” quali
clima, energia, foreste, inquinamento, riciclo ed ecosostenibilità.
Organizzata da Fortunato Productions, l’iniziativa è partner
ufficiale della Campagna Europea SEE (Sustainable Energy for Europe)
e ha ottenuto il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività
Culturali, del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del
Territorio e del Mare, della Regione Lazio, dell’ENEA e della
Fondazione Pubblicità Progresso. La visione? Costruire un network di
artisti, creativi, critici d’arte, editori, galleristi, buyers,
aziende e istituzioni capace di intercettare le influenze esercitate
dalla questione ambientale sulla creatività contemporanea,
stimolando la nascita di una corrente artistica nuova: la Green Art.
Il primo risultato concreto si chiama GAIA (Green Art International
Archive), una vetrina on-line di opere raccolte mediante inviti ad
artisti di fama internazionale e attraverso Contemporary EcoArt
Contest, un concorso a partecipazione gratuita (in palio, una mostra
prevista a Roma in primavera) che ad agosto 2009 ha calato il sipario
sulla sua prima edizione con 580 iscritti e oltre 1400 artisti in
contatto. Un successo, reso possibile dalla capacità dei soggetti
coinvolti di “fare sistema”.
A questo proposito, torniamo per un
istante a Copenhagen. Se il “non-accordo” con cui si è chiusa la
Conferenza COP15 testimonia la sconfortante inadeguatezza dei leader
mondiali a pianificare impegni condivisi contro il riscaldamento
globale, il progetto Planetary Pledge Pyramid (2009), presentato a
RETHINK dalla comune artistico-tecnologica londinese The People
Speak, ha coinvolto per tredici settimane migliaia di utenti Facebook
in un gioco finalizzato alla raccolta di fondi da destinare a
un’azione ambientalista collettiva, scelta con voto democratico
dagli stessi partecipanti il 18 dicembre scorso. Un’altra
esperienza di “sistema” perfettamente riuscita, almeno nel mondo
dell’arte. Il segreto per un accordo incisivo, dunque, non sarà
che basta volerlo davvero?
VOI
SIETE QUI?
(Berlino
#2)
di
Stefano Elena
Non
bisogna fare qualcosa per forza, mai!
Solo
mi impegnavo di recente a domandarmi quanto non sia doveroso reputare
necessario un certo senso di oggettiva responsabilità per il nostro
esistere qui e ora, in questo corpo, che è in questo mondo, che è
nel profondo nero glitterato (chissà che odore c’è, lassù…).
Esiste
un dovere che interessi la nostra vita e che esista “inoltre”,
aldilà della nostra premeditata volontà? A decidere le sorti
dovrebbe essere il rapporto con quanto ci circonda, la valutazione
del reddito di vivibilità con i fattori circostanti, l’entità del
pil (dove la I di Interno sta per il NOSTRO interno, non quello
percentuale senza facce) e la sincera remunerazione emotiva della
residenza.
Sì,
credo dica questo, a me sicuramente, l’installazione “Double O”
di Zilvinas Kempinas (vista alla 401contemporary di Brunnenstrasse),
fatta di due anelli di nastro magnetico tipo vhs tenuti fermi nel
vuoto dalle forze eoliche contrapposte di due ventilatori. Credo dica
che continuando a cercare di esistere in mezzo alle rassicuranti
fermezze di sempre, non si può che compiere costantemente gli stessi
movimenti, ripetuti, perpetui, irrimediabili, equivalenti a quelli di
chi sceglie di usare la sua temporaneità vitale restando immoto al
punto di partenza.
Ma
forse è solo che non si è accorto che qualcuno, da qualche parte,
ha sparato. Forse deve soltanto ancora rendersi conto che la vita,
quella che poi finisce, è cominciata da un pezzo…
-
Tomas
Saraceno (AR)
Biospheres,
2009
Photo: Tomas Saraceno
Statens
Museum for Kunst
-
Bright
Ugochukwo Eke (NG)
Acid Rain,
2008
Photo: Anders Sune Berg
Den
Frie Udstillingsbygning
-
Icelandic
Love Corporation (IS)
Dynasty,
2007
Photo: The artists
Kunsthallen
Nikolaj
-
The
People Speak (UK)
Planetary
Pledge Pyramid, 2009
Photo: The artists
Moesgård
Museum og online
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