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di Gabriella Poggioli
Quando è stato ritrovato sulla strada che
conduce all'aeroporto di Damasco, Ali
Farzat era una maschera spaventosa di sangue e lividi. Vivo, certo, ma con
le dita di entrambe le mani spezzate. Un dettaglio non di poco conto per chi nella
precisione e nella fluidità del loro movimento trova gli strumenti insostituibili
del proprio lavoro. Ali Farzat è il più celebre caricaturista di Siria, una
coscienza critica capace di parlare, pur senza parole, a tutto il Medio Oriente
(www.ali-ferzat.com). Le sue vignette
uniscono uno spirito delicato e poetico a un'ironia diretta e pungente, che
colpisce i potenti atterrandoli tra le risate. Colpi davvero micidiali, se già
gli valsero una prima minaccia di morte da parte del poco compianto Saddam
Hussein. Fino allo scorso marzo, nella sua galleria nel centro di Damasco Farzat
aveva rappresentato la corruzione, la burocrazia, lo sfruttamento dell'uomo e
della natura come mali universali, senza riferimenti diretti alla stringente
attualità. Poi la primavera araba ha lambito anche la Siria. Ecco le proteste
di piazza, ed ecco la repressione scatenata dal presidente Bashar al-Assad, da
allora protagonista indiscusso delle vignette di Farzat: ce lo mostra mentre si
compiace della propria immagine in divisa ingrandita a dismisura da uno
specchio deformante o mentre si rifiuta di abbandonare la propria poltrona
nonostante le molle siano ormai saltate. Ma se in passato la notorietà
garantiva una certa incolumità dalla cieca violenza, gli avvenimenti del 25
agosto scorso provano che i tempi sono irrimediabilmente cambiati. Secondo la
testimonianza del fratello As'aad, alle cinque del mattino un gruppo di agenti
di sicurezza mascherati avrebbe prelevato
con la forza Ali nei pressi della centrale moschea degli Ommaiadi, lo avrebbe
trasportato in una località segreta e infine seviziato per ore, insistendo soprattutto
sulle mani con l'evidente obiettivo di impedirgli di disegnare, almeno per un
po'. "È solo un avvertimento", gli
avrebbero intimato.
Una delle ultime vignette firmate da
Farzat prima dell'aggressione immortala Assad in fuga dalla Siria mentre chiede
un passaggio in macchina a Muammar Gheddafi, a sua volta in fuga dall'insurrezione
libica: un sorriso amaro sulla perversa solidarietà tra due dittatori
sanguinari, fin troppo simili anche nella censura della libera espressione
artistica.
In
Libia, il simbolo più tragico del bavaglio di regime si chiamava Kais al-Hilali
e aveva solo trentadue anni, l'ultimo dei quali vissuto pericolosamente da artista
di strada, ispirato da una passione civile
vicina alla tradizione dei muralisti messicani. Quando, lo scorso 20 febbraio, gli
insorti conquistarono la base militare di Al-Katiba, alle porte di Bengasi,
Kais era in mezzo a loro, ma il suo contributo non prevedeva lanci di pietre o
bombe molotov: invece di combattere, dipinse su un muro una grande vignetta
raffigurante il volto di Gheddafi sovrastato dalle dita di un ribelle aperte a
V in segno di vittoria. Il proiettile che l'ha ucciso l'ha raggiunto
esattamente un mese più tardi, esploso dalla polizia segreta fedele al regime
durante una perquisizione a un posto di blocco. Singolare coincidenza: Kais aveva
appena terminato il suo ultimo murale satirico contro il Colonnello.
Beato il Paese che non ha bisogno di
eroi, chiosava Bertolt Brecht nella Vita
di Galileo, soprattutto di quelli la cui purezza è destinata a soccombere all'oscurità
del male. Ma la morte di Kais ha acceso una scintilla, che ora divampa come un
fuoco inestinguibile e rischiara il futuro della Libia liberata. Ne è
testimonianza la collettiva I Crimini di Gheddafi, in corso dal 18
luglio scorso proprio nella Bengasi di Kais: la prima mostra dopo oltre quarant'anni
di censura. Accoglie i visitatori all'ingresso una statua alta oltre tre
metri intitolata senza troppi eufemismi Pattumiera
della Storia: circondato da topi e immondizia, il raìs osserva finalmente
il mondo dall'interno di una gabbia. E chissà se è un caso che la mostra sia
allestita proprio nella villa in stile italiano dove, nel 1951, il defunto re
Idris I annunciò l'indipendenza del Paese dal giogo coloniale. Oggi l'edificio
è stato dipinto di rosso e scelto come sede permanente del Museo dei
Crimini di Gheddafi. Perché nessuno dimentichi la ferocia e la miseria di un
tiranno azzoppato, ma, al momento in cui scriviamo, ancora pericolosamente in
piedi.
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