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di Gabriella Poggioli
Ce
lo hanno raccontato le cronache degli scontri seguiti ai brogli
elettorali dello scorso anno filtrate in rete attraverso Twitter: c’è
un Iran diverso da quello dei fanatismi anti-occidentali e delle
minacce nucleari. È l’Iran dei giovani. Se avere vent’anni
nella Repubblica Islamica costringe di per sé a un costante
esercizio di resistenza, pretendere di fare arte dove, come ha detto
la regista Shirin Neshat, “un artista è automaticamente
considerato un criminale”, rasenta l’incoscienza. Una
consapevolezza che, all’indomani della Rivoluzione, aveva spinto
gran parte degli intellettuali iraniani alla diaspora verso l’Europa
e gli Stati Uniti. Ma ora non più. All’ombra degli ayatollah sta
crescendo una nuova generazione di artisti: ragazze e ragazzi poco
più che ventenni impegnati a elaborare un linguaggio inedito,
lontano tanto dalla tradizione accademica quanto dall’Occidente, e
a sfidare il regime scegliendo di vivere e lavorare in patria,
rischiando ogni giorno la propria libertà.
Come
è successo a Barbad Golshiri (www.barbadgolshiri.com), ventisette
anni, fermato lo scorso febbraio insieme ad altri manifestanti
dell’Onda Verde durante le celebrazioni per l’anniversario della
Rivoluzione. Figlio dello scrittore Houshang, storico oppositore del
regime, Golshiri è un artista multimediale: ha lavorato con video,
media digitali, installazioni, fotografia, Internet e si è
sperimentato nella graphic novel. Il successo è arrivato
prestissimo, nel 2002, con il video What Has Befallen Us, Barbad?, in
cui ha trasformato l’obbligo di tagliarsi i capelli prima di
partire per il servizio militare in un’occasione intensamente
creativa: le sue lunghe ciocche scure che cadono sotto il lavoro
implacabile delle forbici sono diventate una metafora di ciò che
l’Iran riserva all’arte e all’uomo. Benché nulla gli impedisca
di partire, Golshiri non ha dubbi: “Io resto a Teheran: alla
nostalgia e ai miti dell’esilio preferisco questa atmosfera di odio
e di gas lacrimogeni. Solo così si rompe l’unanimità desiderata
dall’ayatollah Khomeini e si contribuisce al pluralismo”. Ed è
critico nei confronti del mercato occidentale dell’arte, incantato
da Shirin Neshat e Marjiane Satrapi, lontane dal Paese ormai da
troppo tempo: “Sono superficiali, non fanno arte ma marketing. Se
tornassero a Teheran non riceverebbero applausi”.
Tuttavia,
come dimostra proprio l’esempio di Golshiri, reduce dall’ennesima
personale negli Stati Uniti, non è più necessario che un artista
iraniano risieda all’estero perché ottenga il riconoscimento
internazionale. Nonostante i limiti di visibilità imposti dal
regime, nel 2009 l’arte contemporanea iraniana ha calamitato
attorno a sé una curiosità senza precedenti, che, a partire dalle
mostre evento “Unveiled: New Art from the Middle East”, ospitata
presso la Saatchi Gallery di Londra, e “Iran Inside Out”, al
Chelsea Art Museum di New York, ha contagiato quest’anno anche
l’Italia. Da febbraio a maggio sono state già tre le esposizioni
organizzate a Torino, a Ferrara e a Milano, dove la Cream Art Gallery
si è aperta a una collettiva dedicata ai giovani dal titolo
quantomai significativo: “Oggi me ne vado, resto a Teheran”.
Ha
deciso di restare lo scultore Amirali Bashiri
(www.firststepgroup.ir/amirali_bashiri.htm), classe 1984, impegnato
a denunciare la violenta invadenza dello Stato nella quotidianità
attraverso manufatti di velluto e di acciaio in cui un occhio
indagatore, posto sul retro, spia un interno domestico minacciato da
una pistola. Ed è rimasta anche Negar Tahsili, che riflette sulla
questione femminile affiancando dipinti delicati e intimistici a
video di graffiante ironia. Si distinguono per i tratti quasi
infantili i disegni della ventottenne Ala Dehghan: nel suo mondo
trasfigurato il velo delle donne si colora di pois gialli e gli
uccelli spiccano il volo verso l’infinito, secondo una poetica che
rifiuta ogni posizione apertamente critica, limitandosi a
rappresentare la realtà con un animo sensibile e frammentato. Una
frammentazione che diventa materiale nei collage di Morteza Zahedi
(www.mortezahedi.com), capaci di sintetizzare attraverso
l’assemblaggio di piccoli ritagli eterogenei le lacerazioni di una
nazione in bilico tra una storia culturale straordinaria e
l’ignoranza di regime.
LA
STORIA DI MORTEZA ZAHEDI
“Avevo
ventiquattro anni quando, nel 2002, prestai servizio militare nella
base di Rasht”, racconta Zahedi. “Siccome ero diplomato in
pittura, mi impiegarono nel peggior modo immaginabile: dipingevo i
muri degli uffici dei comandanti. Fui messo addirittura a decorare di
rosso e giallo tutti i sedili dello stadio della base. Un giorno
ricevetti la notizia di essermi classificato secondo alla Mostra
Internazionale dell’Illustrazione di Belgrado: con altri giovani
iraniani sarei stato premiato dal presidente [allora il riformista
Mohammad Khatami, n.d.r.]. Al settimo cielo, chiesi al comandante una
breve licenza per partecipare alla cerimonia. Mi guardò sarcastico e
disse: ‘Non hai una storia migliore da inventarti? Ti ha forse
telefonato il presidente in persona?’. Non mi lasciò partire.
Scappai dalla base il giorno stesso. Quella notte l’evento fu
trasmesso sulle reti nazionali: sono salvo perché le telecamere mi
ripresero a lungo”.
Foto:
1.
Barbad Golshiri, The Distribution of
the Sacred System, 2010, installazione e aktion presso
Verso Artecontemporanea, Torino – Foto di Olka Hedayat
2.
Amirali Bashiri, Inside Out (soft
3.
Negar Tahsili, Untitled, 2000,
tecnica mista (olio e acqua) su tela
THE
END
di Stefano Elena
Berlino.
Spesso il troppo tardi arriva troppo presto, e quasi sempre nei
giorni in cui ci sentiamo più in forse che in forze.
Se
il weekend è la fine della settimana (corretto Calvino quando augura
una buona fine settimana, non un buon fine settimana: la fine è
femmina), allora il lungo weekend delle gallerie tenutosi a Berlino
dal 30 aprile al 2 maggio è stata una lunga fine. E sembra quasi che
alcuni degli artisti esposti in giro per le 40 gallerie aderenti
all’iniziativa non abbiano tralasciato questo dettagliato
particolare.
Liberandoci
subito di Hirst, il cui cognome supera di una sola lettera il termine
che da sempre meglio lo identifica, ovvero star, che ha presentato
alla Haunch of Venison uno dei suoi breviari della fine (teche colme
di pillole, animali sezionati in formaldeide, ambienti sottovetro
arredati con teste di vacche mozzate, bistecche crude – in nome
dell’arte anche la fame diventa quisquilia – e centinaia di
mosche a zampa libera), si è potuto godere di esempi meno gratuiti e
ben più sensazionali.
Per
i miei occhi ed il mio credere il podio l’ha meritato senza ex
aequo Aya Ben Ron (nata ad Haifa nel 1967, in mostra da Aando Fine
Art), con i suoi quadri-scultura in legno “girati”, perché di
scene si tratta, in stanze ospedaliere (il tema è il coma, una quasi
fine ma maschile...) la cui intensità sembra essere stata delegata
dalla realtà a farne le veci.
Sicuramente
non esiste inizio senza fine, ma a volte sarebbe utile invertire
l’ordine cronologico del succedere e provare a verificare gli esiti
di una fine che arrivi prima del suo inizio.
Foto: Damien Hirst
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