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La forza del
nostro caffè espresso spaventa la catena americana
di Irene D'Intino
Nel web, la
notizia circola, tra conferme e smentite, già da qualche mese. Per
ora una certezza definitiva ancora non si ha: le bevande nel
bicchierone di cartone, tanto note all'estero, stanno veramente per
arrivare in Italia? Diversi blog (ma anche il Secolo
XIX), affermano di sì, e anche con tempi
piuttosto brevi: la catena si starebbe
preparando ad un'apertura a Milano per la fine dell'anno e una a Roma
entro il 2011. Alla notizia, il web si è
mobilitato, aprendo gruppi di sostegno all'iniziativa perché in
realtà la catena americana sembra si sia
posta seriamente il problema se valga o meno la pena aprire le
proprie filiali nel Belpaese. E non è un
caso, forse, se il marchio è noto già in molti paesi d'Europa, ma
non nel nostro. Chi si occupa di marketing (e non solo - in fondo
non ci vuole molto a capirlo) ha infatti sollevato una questione
basilare per le leggi di mercato: vale la pena aprire una caffetteria
nel Paese in cui il caffè espresso è quasi una religione? È vero
che le bibite Starbucks si allontanano, e di gran lunga, dal nostro
caffè ristretto, offrendo un prodotto che effettivamente ancora non
abbiamo, ma forse siamo talmente abituati, affezionati e dipendenti
dal caffè così come lo conosciamo, che difficilmente riusciremmo a
rinunciarci, per lasciare spazio ai famosi "Frappuccini". E la
Starbucks non può certo rischiare di investire notevoli fondi (e la
propria immagine), senza essere certa di un ritorno in termini
economici e di notorietà. L'unico aspetto su cui forse può sperare
di puntare è l'immagine di tendenza: l'idea dei fashion
victims di girare per la strada con il
bicchierone più famoso del mondo in mano forse, come molte mode,
potrebbe riuscire a sconfiggere anche la resistenza degli amanti
dell'espresso. Forse... nell'incertezza, restiamo a vedere chi la
spunterà.
Foto di Pierofix (Flickr)
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