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Migrantes di ieri e di oggi

Il "Rapporto Italiani nel Mondo 2010"

 

di Cristiano Zepponi

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La presentazione del "Rapporto italiani nel Mondo" della Fondazione Migrantes, l'organismo costituito dalla Conferenza Episcopale Italiana e destinato allo studio del fenomeno migratorio, è uno degli appuntamenti obbligati per gli "addetti ai lavori", e la sede privilegiata per ritrarre lo stato dei flussi (interni e non) della penisola. Così è stato anche quest'anno: lo scorso giovedì 2 dicembre, infatti, la Fondazione ha presentato a Roma il suo quinto "Rapporto", frutto dell'impegno (con 55 capitoli e più di 500 pagine di dati, storie e tabelle è proprio il caso di dirlo..) di una fitta pletora di redattori (ben 57) incaricati di fotografare le più recenti tendenze migratorie e i processi trasformativi in atto.

Lo stato attuale, numeri e conferme

Il "Rapporto Italiani nel Mondo 2010" - introdotto da Mons. Giancarlo Perego, Direttore Generale della Fondazione Migrantes - ripercorre, come di consueto, l'evoluzione storica del fenomeno migratorio nel nostro Paese, affiancandola con uno sguardo all'attualità.

Se l'edizione 2009 era stata contrassegnata dal sorpasso degli italiani all'estero sugli stranieri in Italia, i nuovi dati hanno di fatto confermato il quadro: all'8 aprile 2010 i cittadini italiani iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero erano 4.028.370, il 6,7% degli oltre 60 milioni di residenti in Italia; l'aumento è stato di 113.000 unità rispetto all'anno precedente e di quasi 1 milione rispetto al 2006.

Gli italiani nel mondo aumentano, dunque, confermando la netta prevalenza euro-americana: tra i Paesi d'insediamento, infatti, l'Argentina supera di poco la Germania (entrambe superano le 600.000 unità); seguono la Svizzera (che accoglie mezzo milione di italiani), la Francia (370.000), il Brasile (273.000).

Più giovani e più donne: la nuova migrazione

A cambiare, invece, è stata soprattutto la composizione dei flussi. Su 100 connazionali residenti in Italia, quasi 7 vivono stabilmente all'estero: un'altra Italia fuori dall'Italia, sempre più giovane, sempre più attiva, sempre più femminilizzata; dall'"esodo" popolare, dall'epopea della povera gente si è passati quindi a una migrazione più qualificata, più consapevole e più integrata, come dimostrano i questionari distribuiti in 5 Paesi (Canada, Francia, Regno Unito, Romania, Spagna) dalla Fondazione stessa.

 

Insomma, i tempi cambiano. Nel 1876, ad esempio, un gruppo di contadini lombardi chiedeva al ministro Nicotera: "La nostra vita è tanto amara che poco più è morte. Coltiviamo il frumento e non sappiamo cosa sia il pane bianco. Coltiviamo viti e non beviamo vino. Alleviamo bestiame e non mangiamo mai carne. Vestiamo fustagno e abitiamo covili. E con tutto ciò pretendete che non abbiamo ad emigrare?". Oggi, invece, le motivazioni per emigrare possono essere radicalmente diverse: basti pensare alla generazione "post-Erasmus", cosmopolita e abituata alla mobilità, che molto spesso trasforma il progetto migratorio in definitivo (stabilizzandosi in un altro Paese) sotto l'effetto della variante più prevedibile e inaspettata, l'amore per un partner straniero. Ma anche, paradossalmente, simili: quelle dei ricercatori, ad esempio, assetati di sogni e stabilità come un tempo i nostri migranti analfabeti, scalzi, affamati, di cui interpretano l'alter ego contemporaneo.

Tra radici e fratture, il rapporto con l'"altra Italia"

Continuità e discontinuità, dunque, s'intrecciano: è, questa, la migliore fotografia della situazione attuale. E mentre crolla il fatturato delle imprese italiane all'estero (-20,7% rispetto al 2009) e l'Italia stessa si ritrova paralizzata in un pantano politico che sembra imperituro, l'analisi del "Rapporto" si conclude denunciando il rischio di dimenticare le origini (come un Paese "dalle radici rinsecchite"), accentuando così la vera e propria disaffezione culturale dei nostri compatrioti all'estero: proprio di questi ultimi, delle loro impostazioni, delle loro esperienze, abbiamo ora un tremendo bisogno.

 

 

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