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Rassegna Stampa

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L'esclusiva

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 Roberto Vecchioni

 

Placcaggio

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CLAUDIO GIOÈ

Giovani talenti

                                                                                                                        

annalisa _mg_6792.jpgAnnalisa Scarrone

 

Musica

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Marco Carta

 

 

 

Attualità 17 gennaio 2012

Italia, Jabil: una lettera dalla fabbrica occupata

Anna Lisa Minutillo è una dei dipendenti della Jabil di Cassina de' Pecchi, alle porte di Milano, ex Nokia, che da cinque mesi portano avanti un presidio davanti all'ingresso dello stabilimento per opporsi ai 325 licenziamenti decisi dall'azienda. Da quando il taglio del personale è stato comunicato dai vertici dell'impresa, gli operai hanno occupato lo stabilimento e alcuni giorni fa hanno deciso di rimettere in moto i macchinari per la produzione. Il sito L'isola dei cassintegrati ha riportato oggi la lettera di Anna Lisa, in cui la dipendente spiega le ragioni della battaglia e denuncia l'abbandono da parte delle istituzioni e dei politici locali che prepongono altri interessi alla tutela del lavoro dei cittadini. "Siamo qui e non ci muoviamo da qui, abbiamo diviso e condiviso natale, capodanno, una nascita, compleanni e siamo compatti più che mai nell'attesa di un tavolo istituzionale che si ricordi di noi, cercando di far sentire la nostra voce, cercando di spronare chi si trova nella nostra situazione a reagire, a difendere il diritto al lavoro senza perdere l'orgoglio e la dignità che non è in vendita e che non siamo disposti a barattare! Uniti si può fare molto e tante belle idee sono niente senza le mani e le capacità di chi poi le realizzerà, non dimenticatelo mai e non pensate mai di essere da soli". La lotta degli operai di Cassina non ha nessuna intenzione di terminare.  "Per poche ora al giorno continuiamo a produrre, pur senza imprenditori, perché siamo nati onesti lavoratori e crediamo di meritare un onesto imprenditore che seriamente voglia prendersi cura di noi. Per non gettare via le nostre capacità e la nostra esperienza lavorativa, come ferrivecchi. Continuiamo a credere nella conservazione del posto di lavoro che ci siamo guadagnati con anni di impegno, e che non abbiamo intenzione di svendere per quattro sporche monete". La lettera contiene anche parole di solidarietà per i lavoratori di altre realtà italiane che stanno lottando per difendere i propri posti di lavoro. "Ci siamo recati dai ferrovieri della stazione centrale di Milano, e spesso al presidio dell'Esselunga per non dimenticarci mai di quanto restando tutti uniti possiamo fare". Chi vuole sostenere i lavoratori della Jabil può consultare la loro pagina Facebook.

(E - il mensile di Emergency on line)

 

Italia, base militare nel Gibuti per la lotta alla pirateria

Nel decreto sul rifinanziamento delle missioni italiane all'estero, in esame alla Camera, sono contenuti 430 mila euro per l'esercito della Repubblica di Gibuti. Si tratta della prima parte del pagamento richiesto per aprire una base militare italiana. L'operazione, finalizzata al supporto delle operazioni di controllo della pirateria, prevede la cessione di mezzi militari in dotazione al nostro esercito: 40 autocarri Iveco ACM80, acquistati negli anni Novanta e prossimi alla sostituzione, per la cui manutenzione verranno spesi 316mila euro, quattro veicoli VM90, dieci barchini, autocisterne, un'autobotte, autogru. Valore totale: 430mila euro. La fornitura rientra all'interno degli accordi stipulati tra Italia e Gibuti nel 2002, che prevedeva la cessione gratuita di materiali militari: tuttavia allora la spesa prevista era di 20mila euro annui. La Repubblica di Gibuti, poche migliaia di chilometri quadrati sulla costa orientale del Continente Nero, davanti al golfo di Aden, è diventato un Paese di fondamentale importanza strategica nel 2001, dopo l'attentato alle Torri Gemelle, per la sua posizione di fronte allo Yemen, che intratterrebbe secondo gli Stati Uniti dei rapporti privilegiati con Al Qaeda. Dal 2006, inoltre, nel golfo di Aden si sono intensificate le attività dei pirati somali e il Gibuti è diventato un territorio chiave per la lotta contro il fenomeno. Da qui, infatti è possibile controllare lo stretto marittimo di Bab el-Mandeb, tappa obbligata per i mercantili che attraversano l'area, dove ogni giorno passano oltre tre milioni di barili di greggio. Di conseguenza, diversi Paesi occidentali hanno cercato di essere presenti nel piccolo Stato africano: gli Usa, la Francia, che nel Gibuti ha la più grande base militare l'oltremare, il Giappone, e ora anche l'Italia.  "Dopo aver capito l'importanza strategica dell'area anche il nostro Paese ha dirottato alla piccola repubblica una parte rilevante dei fondi per la cooperazione con i paesi in via di sviluppo. Ogni anno versiamo al Gibuti diversi milioni di euro", ha spiegato una fonte riferita dal sito Linkiesta. Fonti istituzionali riferiscono che la base italiana sul Corno d'Africa aprirà a breve. Alla fornitura di materiale militare seguiranno altri pagamenti.

 

(E - il mensile di Emergency on line)

 

La Sicilia alza la testa

E' scattato a mezzanotte ‘bisonte selvaggio' in Sicilia, la protesta nata "per libera iniziativa del popolo siciliano che con orgoglio alza la testa perché non è più possibile andare avanti così". Queste le parole di Onofrio Carubo Toscano, allevatore palermitano e portavoce del Movimento agricolo dei Forconi, che assieme agli autotrasportatori dell'Aias, agli agricoltori, ai pescatori e ai semplici cittadini riuniti sotto la sigla "Forza D' Urto" bloccheranno l'isola da oggi al 20 gennaio. Un'agitazione contro i partiti e la politica "cialtrona". "Non faremo entrare, né uscire nulla. Non è uno sciopero è un vero e proprio blocco per far rinascere la speranza che ci sta annientando. Da oggi c'è l'alba siciliana. Venite numerosi, il momento sarà gioioso. La politica deve smettere di giocare con il popolo siciliano e meridionale, sfruttati da sempre. Questo non sarà più consentito. Scendete in strada, per dire che non siete più disposti a essere schiavi di nessuno. Questa sarà una ribellione sociale pacifica". L'aumento del costo del carburante, la mancanza di regolamentazione dei pagamenti della committenza, il cartello imposto dalle compagnie assicurative e una rete infrastrutturale inadeguata sono le principali ragioni della protesta, alla base anche della nascita del Movimento ‘Forza d'urto'. "Noi stiamo soffrendo di più rispetto al resto d'Italia - spiega il presidente dell'Aias Giuseppe Richichi - perché siamo periferici. Abbiamo più volte chiesto l'intervento dello Stato in maniera da non allontanarci ulteriormente dall'Europa, ma non siamo stati ascoltati. Il nostro è uno sciopero spontaneo che non vuole produrre un eccessivo caos e che, ci auguriamo, vedrà l'adesione di tutti i siciliani. Ma è necessario perché ormai siamo con le spalle al muro. Non ci saranno le situazioni che si sono venute a creare nel 2000. Noi non vogliamo danneggiare nessuno. Ci fermiamo solo per il bene della Sicilia". "Siamo stanchi - aggiunge il leader del Movimento dei Forconi, Mariano Ferro - perché questa terra potrebbe essere ricca e invece continuiamo tutti a soffrire. Abbiamo chiesto al governo, a tutti i governi, di ascoltarci: nulla. Adesso speriamo che con questa protesta abbiano un pizzico di attenzione nei nostri confronti".

(E - il mensile di Emergency on line)

 

Pd, bene Severino, ora lotta corruzione - Ferranti, impegno incisivo contro cancro che mina istituzioni

ROMA, 17 GEN - ''Il Pd vede nella comunicazione del ministro della Giustizia, Paola Severino, un cambiamento di pagina. Ora occorre un'azione incisiva nella lotta alla corruzione, che rappresenta un vero e proprio cancro da estirpare''. Lo afferma la capogruppo democratica nella commissione Giustizia di Montecitorio, Donatella Ferranti.

(Ansa)

 

Italia, tagli alla difesa: non solo F-35

Bene! Adesso anche il mainstream si sta un po' occupando dei tagli alle spese per la guerra. Da noi giornali e (alcuni) telegiornali hanno iniziato a parlare della vicenda F-35 e perfino il ministro della Difesa, l'ammiraglio Di Paola in audizione al parlamento ha riconosciuto che le spese sono molto alte. Oltre oceano il presidente Obama (premio Nobel per la pace, sulla fiducia) annuncia un netto calo degli impegni per la difesa fino a scendere al di sotto del 3 per cento di Pil americano nei prossimi setto-otto anni. Bene! Il mondo non ha bisogno di bruciare altri soldi, che poi sono i soldi che si tagliano - senza nemmeno troppe reazioni da parte delle opinioni pubbliche - alla sopravvivenza delle diverse forme di stato sociale... Del resto i soldi li stiamo già bruciando nel sistema bancario. Ma fatte salve le reazioni inizialmente soddisfatte, un dubbio si insinua immediatamente: che la cura sia peggio del male? Prendiamo il nostro caso italiano più noto, quello dell'acquisto di 131 cacciabombardieri F-35. L'Italia rinunciando all'acquisto, che prevede una spesa a regime ben più alta dei 13-15 miliardi comunicati (visto che questa cifra si riferisce all'aereo "nudo", cioè senza armi, supporto di terra e pilota, non è sbagliato pensare ad almeno il doppio) perderebbe solo un paio di miliardi. Già, ma davvero qualcuno può pensare che il complesso militare industriale si faccia sfilare dal piatto il pollo già bello rosolato? Si parla infatti di "requisito prioritario" nazionale, quello che - per la Marina - comporta la sostituzione o l'adeguamento della linea di cacciabombardieri Harrier e per l'Aeronautica quello che prevede la sostituzione dei bombardieri Tornado e Amx. L'F-35 era la panacea di tutti i requisiti, un aereo che per la Marina decolla e atterra dalla portaerei Cavour e per l'Aeronautica fa il bombardiere il ricognitore e perfino il "penetratore" nucleare. Già, tutti si sono già dimenticati di quelle dozzine di bombe atomiche americane B61 "assegnate" all'Italia, nella cosiddetta "peggiore delle ipotesi". E allora che si fa? Si buttano le portaerei Cavour (che è nuova nuova) e Garibaldi (della metà degli anni '80)? Si rinuncia alla capacità di ricognizione e bombardamento tattico e strategico? Si rinuncia alla "bomba"? Come si fa? I militari si stracciano le vesti, dipingendo scenari apocalittici, ma in realtà tengono il gioco a chi non vuol certo perdere un affaruccio da decine di miliardi. Ed ecco la corsa ai programmi di "retrofitting", di rigenerazione, magari a cercare qualche buon usato (guarda caso americano), oppure a buttare altri soldi nell'Eurofighter, un programma-bancomat che ha dato tante soddisfazioni agli gnomi del complesso militare-industriale. L'ammiraglio Di Paola è una persona coerente, meglio di sicuro di chi lo ha preceduto nell'incarico, ma è stato il Direttore nazionale degli armamenti, la firma sui contratti più grossi degli ultimi anni è la sua. Riferendo al Parlamento ha detto che il nodo della spesa per la difesa in Italia è l'esubero di personale. Qualche giornalista ha riportato una battuta che girava in commissione: "Ci vorrebbe una guerra o un terremoto per smuoverli!" Un'altra guerra? Un altro terremoto? E' vero, abbiamo le Forze armate nazionali composte quasi per metà di graduati e ufficiali, ma è sempre stato così. Tanto che questo dibattito sugli "esuberi" va avanti dagli anni '90, cioè venti annate di concorsi in Accademia fa... Qui sembra di sentire un manager che vuole contratti alla "Pomigliano". Oppure - peggio ancora - le voci eccitate degli imprenditori che festeggiavano, nella terribile notte del terremoto dell'Aquila. La cura che ci propongono rischia di essere davvero peggio del male. E-il mensile lo aveva detto già a settembre: c'è il modo di tagliare - e anche di parecchio - le spese della difesa, che comunque (anche senza gli "extra" come l'F-35) superano già i venti miliardi l'anno. Tagliare significa tagliare e basta. Via subito le due portaerei (vendute o, meglio, demolite), via bombardieri e bombe atomiche. Via dall'Afghanistan e da tutte le missioni non Onu. Blocco delle carriere, adeguamento dell'età pensionabile, esodi incentivati (ma non con la mobilità verso altre amministrazioni) e blocco dei concorsi. Chiusura delle accademie, dei licei e delle scuole miliari per almeno tre anni. Scorporo dei Carabinieri, definitiva cessazione delle funzioni difesa della Guardia di Finanza e chiusura del Corpo militare della Croce Rossa. Blocco di tutti i finanziamenti "a pioggia" a cooperative, associazioni e simili. Chiusura dei reparti e demolizione delle armi più vecchie senza sostituzione. E per quanto riguarda l'industria, fine delle spese pazze di Finmeccanica, riconversione nei settori trasporti, elettronica e medicale. E soprattutto reintroduzione della Legge 185/90 sull'export di armi nella sua prima stesura, senza le truffaldine interpretazioni dei governi di destra e di sinistra degli ultimi anni. Qualcuno dirà che in questo modo aumenterà ulteriormente la disoccupazione. Può darsi. Ma nessuno si è posto il problema quando in tempi molto recenti le stesse holding si sono "liberate" dei cantieri o dei treni. Poi, una volta tagliati - davvero - setto o otto miliardi di Euro dal settore vediamo come va a finire. Ma la minaccia non è esterna, è dentro l'apparato. Sinceramente credere che uno come Ahmadinejad possa chiudere lo Stretto di Hormuz senza essere immediatamente incenerito dai suoi o che i fantomatici supercaccia cinesi possano replicare le gesta di Gengis Khan è come credere al sovietico "sottomarino fantasma"... sono balle di un secolo fa. Adesso protestano in piazza ragazzi che sono nati dopo la caduta del muro, certi "baubau" da Guerra fredda fanno solo ridere.

(E - il mensile di Emergency on line)

 

 

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