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UN CONTRIBUTO ALL’OCCUPAZIONE E ALLA RICERCA? TASSANDO I VIZI (FUMO, ALCOL, CIBO SPAZZATURA)

Ecco come già fa la Danimarca 

 

vizi 560861392_480ec73a75.jpgdi Romeo Scansa

 

Tassare i vizi dei cittadini per contribuire al risanamento delle casse del Paese.  La proposta, buttata giù il 30 dicembre scorso dal ministro della Salute, Renato Balduzzi, subito smentita dal suo Ministero e poi riconfermata (tranne una nuova tassa sul fumo) dallo stesso ministro in una intervista al Secolo XIX del 13 gennaio scorso, ha più di una ragion d'essere. Basti guardare non poco lontano, in Danimarca ad esempio, che tassando fumo, alcool e dolciumi vari, intende combattere la disoccupazione e ridare vigore alla ricerca universitaria. Qualche numero, per dare un'idea (convertendo la corona in euro): sigarette più 40 centesimi, una cassetta di birra (il consumo è assai elevato) più un euro, una bottiglia di vino quasi 50 centesimi.

Non solo fumo e alcool, però. Ad essere tassato anche il vizio capitale: la golosità. Via quindi a tasse a cioccolata e marmellate (più ottanta centesimi al chilo), alle bibite (7 centesimi in più al litro) e più in generale a ciascun alimento che contiene più del 2,3% di grassi saturi. Non a caso l'imposta è stata battezzata "fat tax". Una tassa che si aggiunge alle altre in un Paese, la Danimarca, dove il sistema di pressione fiscale è tra i più elevati d'Europa. Eppur i cittadini sembrerebbero non volerne rinunciare, come confermato da una recente indagine. Il motivo è semplice: tasse sì, ma alta qualità dei servizi resi. Un prezzo che a queste condizioni si può pagare.

Non solo. Il governo danese ha giustificato gli aumenti e le nuove tasse  per mettere in atto manovre che creeranno 1.250 nuovi posti di lavoro ogni anno per i ricercatori universitari (previsti diecimila nuovi assunti entro il 2020). Ovvero la Danimarca dichiara con chiarezza in che modo verranno investiti gli introiti derivanti dai prelievi  fiscali, Un criterio di trasparenza che in Italia ci sogniamo. Perché? Lo chiediamo ad un esperto avvocato tributarista, Mario Miscali.

 

L'Italia è al terzo posto tra i paesi europei più tassati, sopra di noi proprio la Danimarca e poi la Svezia. Ma il boccone forse ancora più amaro per i contribuenti italiani, quantomeno per quelli che pagano le tasse, è il fatto che non sempre ad una imposizione fiscale elevata corrisponde ad una maggiore qualità dei servizi offerti. É questo il problema? E quanto pagano di tasse gli italiani?

Le tasse si pagano per i servizi pubblici ricevuti e per solidarietà sociale: non c'è una diretta relazione tra qualità dei servizi ricevuti e ammontare delle tasse pagate. Il tema di fondo è che le tasse devono essere misurate sulla capacità economica dei singoli cittadini senza compromettere la possibilità di piena realizzazione personale. E' difficile dire quanto pagano gli italiani individualmente perché oltre alle all'Irpef, le imposte sul reddito, ci sono l'Iva, imposte sulla benzina, le tasse sulla circolazione, bolli, etc Comunque e sulla base di un calcolo medio e molto approssimativo non meno del 50% di quanto si guadagna và nelle casse dello Stato in tasse.

 

Il ministro danese delle Finanze, Bjarne Corydon, ha annunciato aumenti di tasse su alcol, bibite, dolci e sigarette. Insomma, si è deciso di tassare i principali vizi dei danesi per finanziare la ricerca, l'educazione e una parte del welfare. Sarebbe ipotizzabile, anche in Italia, un provvedimento simile?

Non ci sono limitazioni a tassare questo tipo di consumi ed il gettito può essere espressamente destinato ad uno scopo preciso.

 

Fa riflettere, nei provvedimenti di questi Paesi, la relazione tra ricerca, welfare e vizi. È giusto finanziare servizi indispensabili in questo modo?

Due considerazioni. La prima è che i dolci e le sigarette sono bisogni non essenziali e le tasse sui vizi concorrono anche con tutti gli altri prelievi fiscali a finanziare il welfare e la ricerca. La seconda è che questo è un modo trasparente e chiaro di impostare il rapporto. Lo Stato dice dove prende i soldi e come li intende destinare così il cittadino potrà meglio controllare se sono stati spesi bene o no. Se invece lo Stato prima spende e poi va a caccia dei soldi nelle tasche dei cittadini si realizza una ingiustizia sostanziale. Infatti li cerca dove è più facile: al distributore di benzina, sugli stipendi e sui pagamenti soggetti alle ritenute dei redditi o con tributi iniqui. Si pagano le tasse senza sapere quanto effettivamente è il debito complessivo.

 

Nuove tasse per i danesi, ma stando ad una recente indagine in Danimarca sono "soddisfatti" di essere tassati, e tassati così. Come mai?

Le tasse sono il modo di partecipare economicamente alla vita della comunità. Il patto fiscale tra Stato e cittadino è fondato sulla trasparenza e la fiducia: quantità di servizi pubblici ricevuti, imposte calcolate sulla effettiva capacità economica e personale del cittadino, etc. In Danimarca il patto fiscale è quindi solido e forte.

 

Una parte dei provvedimenti, la cosiddetta "fat tax",una tassa su tutti i cibi che contengono più del 2,3% di grassi saturi, va ad incidere su tutti quegli alimenti considerati dannosi per la salute. Ma un'imposta di questo tipo secondo lei  potrebbe riuscire a modificare un'abitudine alimentare?

Le tasse possono avere anche diverse finalità rispetto a quella di finanziare la spesa pubblica. Pesanti  prelievi fiscali possono incentivare o disincentivare il consumo di determinati beni e pregiudicare fortemente i consumi: dipende dalla misura delle aliquote. Non mi sembra però il caso della fat tax dove le aliquote proposte sembrano modeste anche per l'intervento delle lobbies dei produttori alimentari e della grande distribuzione. (F.D'A.)

 

 

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