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''Avevo
saputo da mio padre che Provenzano godeva di una sorta di
'immunità territoriale' che gli permetteva di muoversi liberamente''
durante la sua latitanza ''grazie a un accordo che aveva stipulato
mio padre stesso''.
Lo ha detto Massimo Ciancimino, nella
sua deposizione al processo a carico del Generale Mario Mori e del
Colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa
Nostra per la mancata cattura del boss mafioso arrestato nel 2006. Il
periodo a cui fa riferimento è il maggio del 1992, cioè pochi
giorni prima della strage di Capaci e via D'Amelio.
Nell'aula
bunker del carcere palermiotano dell'Ucciardone, il figlio dell'ex
sindaco di Palermo, ha raccontato segreti del padre Vito condannato
per mafia e morto nel 2002: "Mio padre conosceva Bernardo
Provenzano, che io continuo a chiamare 'ingegnere Lo Verde', da molto
tempo, anche per il loro rapporto di vicinato. Erano entrambi di
Corleone". Poi Ciancimino ha aggiunto: "Provenzano era
una presenza costante nella mia famiglia fin dalla mia infanzia.
Ricordo che trascorrevamo insieme anche la villeggaitura, negli anni
Settanta, quando io avevo 7-8 anni".
''Scoprii che la persona che
conoscevo come 'signor Lo Verde' era Bernardo Provenzano negli anni
Ottanta mentre mi trovavo dal barbiere a Palermo. Sfogliando una
rivista, mi pare 'Epoca', vidi una sua foto e nella didascalia c'era
scritto che si trattava del boss latitante Bernardo Provengano.
Quando ne parlai con mio padre, lui mi disse: 'Stai attento con il
signor Lo Verde, perché da questa situazione non ti salva nessuno'.
Mio padre dava a Provenzano del tu, mentre lui chiamava mio padre
'ingegnere', anche se in realtà gli mancavano due materie alla
laurea". Per spiegare i suoi rapporti con il capomafia, ha
raccontato un aneddoto: "Mio padre mi disse 'Sei stato
l'unico a dire cornuto a Provenzano'".
Parlando poi della storia
giudiziaria di Vito Ciancimino ha detto: "Mio padre era in stato
di libertà dal '90 fino al dicembre del '92, quando fu ripristinata
la custodia cautelare. Ma nel '90 andò in carcere per un mese. Nel
dicembre '92 tornò in carcere, al Rebibbia di Roma, fino al dicembre
del '99 quando scontò la pena sui reati legati all'associazione
mafiosa. E' morto nel novembre del 2002 nell'appartamento di Roma in
regime di arresti domiciliari. In quel periodo Provenzano venne
più volte a trovarci a casa nostra, vicino a piazza di Spagna.
Veniva quando voleva, senza appuntamenti".
E sui suoi rapporti con il padre:
"Vide in me il 'soggetto sacrificabile' per qualsiasi
situazione, volendo preservare i miei fratelli che avevano le
carriere professionali, sono stato delegato come quello che poteva
essere sacrificato". "Mi è capitato di ricevere o
consegnare direttamente nelle mani dell'ingegner Lo Verde, cioè di
Bernardo Provenzano qualche lettera, specialmente nell'ultimo
periodo".
Ricostruendo l'attività
politico-mafiosa del padre, ha quindi raccontato che aveva una
sorta di 'linea rossa', cioe' un numero di telefono "sempre a
disposizione" per i boss, soprattutto Lo Verde, e i
politici. Ma anche di Gioia, Lima, Ruffini, e del signor Franco o
Carlo" che secondo Ciancimino sarebbero degli agenti dei servizi
segreti. Fu proprio il 'signor Franco' che fece avere allo stesso
Ciancimino junior le condoglianze del boss Bernardo Provenzano. Ma
alla domanda se conosce l'identità del 'signor Franco', ha risposto
con un secco 'no'. "L'ho visto tante volte, ma mio padre stesso
non mi ha mai detto chi era".
Quanto agli appalti, continua, ''mio padre aveva inventato una
specie di sistema di spartizione: potremmo chiamarlo il sistema.
D'accordo con Bernardo Provenzano gli appalti venivano spartiti
equamente tra tutti i partiti, in consiglio comunale, a seconda della
loro rappresentatività''. Ma non tutto avveniva in Sicilia. Negli
anni Settanta Vito Ciancimino avrebbe investito i proventi delle sue
attività anche nel Nord Italia e all'estero, in Canada. In Italia,
soprattutto dopo "le inchieste della Commissione antimafia"
aveva deciso di "lasciare Palermo e di puntare sulle aree del
Milanese". "Mio padre - ha detto ancora il teste -
lavorava in quegli anni con i costruttori Nino Buscemi e Franco
Bonura che lui chiamava 'i gemelli'. I due erano stati piu' volte
soci di fatto di mio padre. E insieme investirono soldi anche in una
grande realizzazione alla periferia di Milano, che è stata poi
chiamata Milano 2". Sugli investimenti all'estero ha
fatto i nomi di "Ciarrapico e Caltagirone, che gl iconsigliarono
di puntare sul Canada".
Ciancimino jr. ha anche rivelato che suo padre "nel 1990,
grazie alle sue amicizie che aveva in Corte di Cassazione, riuscì a
fare annullare l'ordine di custodia che fu emesso dal gip Grillo per
la vicenda mafia e appalti". Il teste ha fatto esplicito
riferimento, come autorità giudiziaria che annullò la misura, la
prima sezione della Cassazione all'epoca presieduta dal giudice
Corrado Carnevale.
(Adnkronos)
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