| Attualità 22 luglio 2010 |
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Sul Piave non passano i "deviati" Il Piave, che il 24 maggio 1915 "mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti" è oggi oggetto di una vera e propria crociata estiva da parte del sindaco di Spresiano, nel Trevigiano, contro i ritrovi notturni per gay, trans e lucciole sul greto del fiume. Riccardo Missiato, ex democristiano a capo di una lista civica trasversale, ha annunciato ieri che dal 23 luglio fino al 22 settembre, la riva del fiume sarà interessata dalla disposizione di un coprifuoco il cui rispetto sarà garantito da un servizio di sicurezza che coinvolgerà tutte le forze dell'ordine. A quanti la misura è sembrata eccessiva, Missiato ha risposto - creando non pochi problemi in giunta - che "i gay sono malati e deviati e hanno bisogno di aiuto psicologico. Dobbiamo scoprire dove sono e identificarli e, se sono clandestini, devono essere espulsi". Una non troppo velata omofobia o un prurito per pratiche "vergognose e indecenti"? Il sindaco di Spresiamo parla di "degrado morale" riferendosi proprio agli incontri tra gay - ciò che sembra più preoccuparlo - ampiamente pubblicizzati su internet. "Non possono andare sul Piave e occupare uno spazio che è di tutti - ha spiegato Missiato alla Tribuna di Treviso - , dobbiamo rispettare la gente che vive nel suo territorio: ricevo segnalazioni anche dalla gente che lavora nei campi". Viene da chiedersi se lo stesso discorso (e le stesse lamentele e segnalazioni) verrebbe fatto se il "degrado morale" fosse provocato dall'incontro di coppie eterosessuali. Da parte sua, Missiato fuga ogni dubbio quando dichiara che "Non si tratta di prostituzione femminile ma maschile e non può passare inosservata". Inevitabile il vespaio di polemiche che le "ronde sul Piave" ha scatenato: Arcigay ha chiesto le dimissioni di Missiato, difeso dalla Lega e dal Pd locale, mentre il livello nazionale del partito ha preso le distanza dal sindaco. Paola Concia (Pd) ha apostrofato Missiato come "nuovo portabandiera della discriminazione omofoba" e ha invitato gli organi locali del partito democratico a pressarlo perché rinunci "ai suoi insani propositi e chiesa scusa per le sue improvvide parole". Ma il Pd provinciale e comunale hanno confermato il loro appoggio all'amministrazione comunale in tema di lotta allo sfruttamento della prostituzione e ai fenomeni di atti osceni in luoghi pubblici. (Agenzia radicale)
Carceri, si toglie la vita a Bova Marina il responsabile dei penitenziari calabresi Il provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria della Calabria Paolo Maria Quattrone si è suicidato a Bova Marina, una località di mare in provincia di Reggio Calabria. Ne dà notizia Donato Capece, segretario generale del Sappe, il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria che spiega all'ADNKRONOS come ancora non sia chiaro se Quattrone si sia impiccato o si sia ucciso con un colpo di pistola. Funzionari dell'amministrazione penitenziaria si stanno recando sul luogo. Il tragico gesto sarebbe stato compiuto circa un'ora fa. "E' una notizia che ci sconvolge -dice Capece- perché inaspettata e perché avevamo avuto modo di apprezzare la serietà e la preparazione del dottor Quattrone nei lunghi anni di servizio, che lo avevano portato a prestare servizio in molte sedi, tra le quali il Provveditorato regionale dell'Umbria e la direzione della Scuola di Formazione di Cairo Montenotte". "Siamo sconvolti -aggiunge Capece- e certamente vorremmo comprendere quale profondo disagio lo ha portato a compiere l'estremo gesto. Ma ora è il momento di stringersi uniti al dolore della famiglia e dei colleghi tutti." (Adnkronos)
Reati sessuali: la Consulta dice ‘no' al carcere preventivo "Le condizioni e i presupposti per l'applicazione di una misura cautelare restrittiva della libertà personale devono essere apprezzati e motivati dal giudice sulla base della situazione concreta": secondo quanto stabilito dalla Corte Costituzionale dunque il carcere preventivo per gli indagati di reati sessuali, anche in presenza di gravi indizi di colpevolezza, non sarà più obbligatorio. La Consulta ha infatti cancellato alcune parti della legge approvata dal Parlamento lo scorso anno che impedivano al giudice di disporre misure alternative al carcere per gli indagati di violenza sessuale, atti sessuali con minori e induzione o sfruttamento della prostituzione minorile. "Per quanto odiosi e riprovevoli - si legge nella sentenza n. 265 scritta da Giuseppe Frigo - i fatti che integrano i delitti in questione ben possono essere e in effetti spesso sono meramente individuali e tali, per le loro connotazioni, da non postulare esigenze cautelari affrontabili solo e rigidamente con la misura massima". Secondo i giudici costituzionali inoltre la detenzione obbligatoria in carcere come unica misura cautelare è prevista dal nostro ordinamento solo per due tipologie di reato: quello sessuale e quello di mafia. Per questo motivo la norma in questione sarebbe in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione "per l'ingiustificata parificazione dei procedimenti relativi ai delitti in questione a quelli concernenti i delitti di mafia", con l'articolo 13, che stabilisce "il regime ordinario della misure cautelari privative della libertà personale", e infine con l'articolo 27 perché "attribuisce alla coercizione processuale tratti funzionali tipici della pena". Ma il ragionamento e la successiva decisione della Consulta non è condivisa dalla ministra per le Pari Opportunità, Mara Carfagna secondo cui "la Corte sbaglia perché chi stupra donne e bambini merita il carcere". Molto critico nei confronti dei giudici anche Telefono Rosa: "Mi chiedo - dice la presidente Gabriella Carnieri Moscatelli - se in un momento in cui scorre sangue a fiotti per le donne, oggetto di violenza, persone che si macchiano di questi reati debbano essere rimessi in giro. Come ci cauteliamo?". (Agenzia radicale)
Intercettazioni, Camera cambia ddl su media e indagini La commissione Giustizia della Camera ha approvato oggi alcune modifiche al disegno di legge sulle intercettazioni che cancellano dal testo importanti limitazioni per i media e rendono più agevole il ricorso a questro strumento di indagine da parte della magistratura. La commissione ha detto sì, con il voto favorevole di una parte dell'opposizione, all'emendamento del governo che rende possibile divulgare nei mezzi d'informazione il contenuto delle intercettazioni rilevanti per le inchieste e un subemendamento della presidente della commissione, la finiana Giulia Bongiorno, che cancella le sanzioni previste per gli editori nel caso in cui i loro media pubblichino quelle intercettazioni. Il primo emendamento è passato con il voto favorevole di Pd e Udc che ieri in commissione erano riusciti a far passare una loro proposta che completava la norma. Contraria l'Idv di Antonio Di Pietro, che ha detto di non volere "accettare compromessi su una legge sbagliata". Secondo il nuovo testo, quindi, i media potranno pubblicare le intercettazioni agli atti di un'inchiesta al più tardi dopo la cosiddetta "udienza-filtro", quando, scaduto il termine legale per intercettare, il pm decide con il giudice e gli avvocati degli indagati quali ascolti sono rilevanti per l'indagine e quali no. Questa udienza dovrà tenersi al più tardi entro 45 giorni la richiesta del pm, come proposto da Udc e Pd. In mattinata la commissione ha approvato la proposta di modifica di Bongiorno, che è il consigliere giuridico del presidente della Camera Gianfranco Fini, a capo della minoranza del Pdl. "Il mio subemendamento approvato oggi limita la responsabilità degli editori rispetto al testo attuale. La esclude per tutte le ipotesi in cui siano pubblicate intercettazioni rilevanti per le inchieste, anche se ancora coperte dal segreto. In pratica resta il regime previsto dalla legge vigente", ha detto Bongiorno ai giornalisti. Le sanzioni per gli editori rimarranno per la pubblicazione, che rimane vietata, degli ascolti ritenuti irrilevanti per l'inchiesta e di quelli di cui sia stata ordinata la distruzione, ha proseguito. Il testo uscito il mese scorso dal Senato proibiva la pubblicazione di qualsiasi tipo di intercettazione disposta dai giudici fino al termine dell'indagine preliminare e sanzionava gli editori con importanti sanzioni pecuniarie. Nel pomeriggio la commissione ha votato altre modifiche al ddl che riguardano i requisiti per ricorrere alle intercettazioni nelle indagini. E' passata la proposta di portare da tre a 15 giorni il limite delle proroghe alle intercettazioni che il pm potrà chiedere al tribunale fino al termine delle indagini. Inoltre, diventano intercettabili non solo gli indagati o le persone a diverso titolo coinvolte nelle inchieste, ma anche "gli ignoti", soggetti non agli atti dell'indagine, ma verso i quali i magistrati abbiano "concreti elementi" per ritenere che siano a conoscenza dei fatti. Su questo versante del ddl l'opposizione ha votato contro agli emendamenti, ritenendo le aperture troppo timide. La commissione prosegue ora nell'esame degli altri emendamenti e dovrà portare in aula il testo del ddl, eventualmente integrato da altri cambiamenti, giovedì 29 luglio, per la discussione generale e la votazione finale. Non è ancora chiaro se Montecitorio riuscirà a votare il ddl prima della pausa estiva, anche se il presidente Gianfranco Fini ha detto che i deputati saranno chiamati a lavorare anche nella prima settimana di agosto. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano -- che con l'emendamento sui media ha sciolto le riserve della minoranza finana del partito e superato alcune delle critiche del Quirinale -- ha detto di volere il sì della Camera prima delle vacanze agostane, anche se il premier Silvio Berlusconi si è detto deluso per il compromesso raggiunto perché così non si tutelerebbe adeguatamente la privacy dei cittadini. (Reuters)
Immigrazione e legislazione. Il caso della "kafala", l'affidamento islamico dei minori Il processo volto ad una compiuta integrazione dei tanti immigrati residenti in Italia deve passare necessariamente attraverso l'adeguamento della legislazione nazionale ad istituti giuridici che trovano pieno riconoscimento nei paesi di provenienza. Non è più tempo di indugiare e perdersi in astruse disquisizioni ma è arrivato il momento di agire di conseguenza, nel rispetto di quei diritti che vanno riconosciuti ad ogni singolo individuo, a prescindere dal credo politico o religioso. E' il caso particolarmente interessante della cosiddetta "kafala", una sorta di affidamento illimitato dato che nei paesi islamici l'adozione, quale istituto giuridico, non esiste. L'Italia però non riconosce questo istituto anche se avrebbe dovuto farlo entro il 5 luglio scorso, attraverso la firma della Convenzione dell'Aja. Era quella, infatti, l'ultima data utile che l'Unione Europea aveva stabilito per i paesi ritardatari. Ma l'Italia, ancora una volta, ha fatto finta di nulla arrecando ulteriori disagi ai già tanti che gli immigrati sono costretti loro malgrado ad affrontare quotidianamente.
E' il caso, ad esempio, di Moira e il marito Masoud, egiziano, da oltre vent'anni residente nelle Marche e cittadino italiano. Entrambi musulmani, hanno già un figlio di 11 anni e non potendone avere un secondo, hanno dato l'avvio all'unica pratica che la loro religione gli consenta, ottenendo in kafala, una sorta di impegno a prendersi cura per sempre di un minore abbandonato, dal Ministero degli Affari sociali egiziano Munir, un bambino abbandonato dalla nascita.
Sono trascorsi nove mesi e della loro pratica sembra si siano dimenticati tutti mentre la loro richiesta giace probabilmente tra l'indifferenza generale sotto un cumulo di polvere alla Commissione Visti del Ministero degli Esteri.
"Sarebbe come se nostro figlio Munir di due anni fosse sequestrato in un paese straniero dall'Italia" dice Moira. "Abbiamo il passaporto egiziano di Munir e paghiamo le spese all'orfanotrofio che ha accettato di continuare a ospitarlo, ma l'autorizzazione al ricongiungimento tarda ad arrivare".
"La kafala" spiega Marco Griffini, Presidente e fondatore dell'Aibi, Associazione attiva in tutto il mondo per combattere l'abbandono minorile attraverso l'adozione internazionale, l'affido ed il sostegno a distanza "è una misura di protezione dei bambini islamici abbandonati e va riconosciuta attraverso la Convenzione dell'Aja. La mia impressione è che questo istituto non sia visto di buon occhio". Ciò pur essendo "l'unico modo di dare una risposta alle situazioni irrisolte in cui si trovano oggi i bambini in difficoltà familiare ossia minori non accompagnati, bambini che provengono da paesi colpiti da catastrofi naturali, o eventi bellici, minori in kafala".
"Come la famiglia del piccolo Munir, ci risulta che ci siano altri 600 nuclei in queste condizioni, ma i dati sono molto controversi. Per catalogare questi casi abbiamo pensato di aprire un sito dedicato oltre ad un Libro bianco da presentare ai nostri politici" aggiunge.
Mercoledì scorso è arrivato, finalmente, il parere del Comitato per l'Islam italiano, presieduto dal Ministro dell'Interno Roberto Maroni, in cui si prende atto che "il diritto nei Paesi islamici si fa carico delle esigenze del minore, che non sia adeguatamente assistito dalla famiglia naturale, attraverso l'istituto della kafala". Il Comitato ha chiesto che "nella legge di recepimento della Convenzione dell'Aja, che lo Stato italiano è tenuto ad approvare in tempi stretti, venga emanata una disciplina degli effetti della kafala".
Non è molto ma è già qualcosa nell'auspicio che i necessari adempimenti legislativi siano posti in essere rapidamente perché anche un solo giorno in più, è un giorno sottratto alla speranza di questi bambini che, alla vita, hanno già pagato il loro caro prezzo. (Agenzia radicale)
Camorra: blitz Gdf contro Casalesi, anche appalti Aquila La Guardia di Finanza ha annunciato oggi di aver arrestato sei persone e di aver sequestrato società e altri beni per circa 100 milioni di euro nel corso di un'operazione contro il presunto "braccio imprenditoriale" del clan camorristico dei Casalesi a Roma, che ha riguardato anche appalti per la ricostruzione dell'Aquila dopo il terremoto. All'operazione coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, ha detto la Finanza, hanno preso parte circa 500 militari. Il blitz ha portato all'arresto di sei persone, accusate di associazione per delinquere di stampo mafioso , e al sequestro di 21 società, 118 immobili ed altri beni, per un valore complessivo di 100 milioni di euro, ha annunciato la Gdf. Nell'inchiesta sono coinvolti anche quattro dipendenti di banca, accusati di aver compiuto irregolarità per aiutare il clan. Per due di loro i pm napoletani avevano chiesto l'arresto, che però non è stato accordato dal gip, dice una fonte giudiziaria. Le attività dei quattro, ha spiegato in una conferenza stampa a Napoli il tenente colonnello Roberto Piccinini, erano "volte ad aiutare il clan e in particolare gli imprenditori a finanziarsi e ad evitare uno schermo ulteriore tra i soggetti che hanno beneficiato delle somme e chi ha disposto effettivamente i versamenti". Secondo gli inquirenti, gli arrestati sarebbero Casalesi, operanti nel Casertano, ma con propaggini anche in altre Regioni d'Italia ed in particolare in Abruzzo, in Lazio, in Toscana e in Sardegna. CASALESI HANNO TENTATO DI INFILTRARSI NELLA RICOSTRUZIONE DELL'AQUILA L'operazione "Untouchable" (intoccabile) ha riguardato anche gli appalti per la ricostruzione all'Aquila dopo il terremoto del 6 aprile scorso, dice la Finanza, secondo cui "sono stati intercettati i colloqui telefonici con i quali gli odierni arrestati disponevano l'invio del denaro necessario a finanziare le imprese costituite a L'Aquila, per loro conto, con il fine di aggiudicarsi i lavori per la ricostruzione". Durante la conferenza stampa a Napoli, il procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho ha dichiarato che dalle indagini è emersa una società costituita per partecipare ai lavori di ricostruzione in Abruzzo. Il presunto esponente del clan Michele Gallo consegnava denaro in contante e con bonifici sui conti correnti bancari della moglie dell'imprenditore aquilano Antonio Cerasoli, presidente dell'unione delle cooperative aquilane. Secondo gli inquirenti, il rapporto, che si era già istaurato prima del terremoto, si è successivamente intensificato. A Cerasoli era stato dato l'incarico di monitorare l'andamento degli affari e di individuare le aree di interesse e le modalità degli investimenti. Agli inquirenti non è però ancora chiaro se il rapporto, provato anche grazie ad accertamenti bancari effettuati dalla Gdf di Roma, sia andato in porto permettendo all'organizzazione criminale di infiltrarsi nella ricostruzione del capoluogo abruzzese. "Il sistema di fatto consiste nella distinzione operata dal clan tra imprenditori intoccabili e quelli che devono versare la tangente", ha detto Cafiero de Raho. L'operazione si chiama infatti "Untouchable" in riferimento a una lista di imprenditori, proveniente da un collaboratore di giustizia, di imprenditori compiacenti che non subivano le estorsioni ma anzi erano protetti: imprenditori che, secondo le parole del procuratore aggiunto, "reinvestivano i proventi del clan in diverse regioni d'Italia grazie a diverse attività imprenditoriali". (Reuters)
L'Ue vuole la fine del carbone Presto l'Europa potrebbe finirla con il carbone. Per la precisione, entro il primo ottobre 2014. Con una sorprendente presa di posizione, la Commissione Ue presieduta da Josè Manuel Barroso ha dichiarato la ferma intenzione di chiudere definitivamente i rubinetti degli aiuti al settore carbonifero. Tutte le aziende produttrici del minerale fossile verranno, grazie ad una normativa europea, completamente abbandonate sulla loro strada. Gli Stati membri dell'UE saranno costretti a non erogare più i finanziamenti alle aziende del settore, glorioso quanto obsoleto, delle estrazioni di carbone (su cui paesi come la Germania e l'Inghilterra hanno costruito le basi delle loro economie). 26 miliardi di euro in cinque anni, dal 2003 al 2008, erogati senza criterio dai 27 membri dell'Unione. "Tutte le miniere che non fanno utili devono chiudere" ha dichiarato Joaquim Almunia. Il principio cui ci si appella è semplicissimo: la necessità di giustizia nei confronti dei concorrenti che operano senza aiuti di Stato, con una mossa che va anche nell'interesse di contribuenti e governi, ora che la pressione per il risanamento finanziario è più forte. Le aziende carbonifere soldi ne riceveranno ancora: per il riassetto e la riorganizzazione legati alla cessazione d'attività. Solo nel 2008 i governi europei hanno erogato 2,8 miliardi di euro di sussidi, che andranno a calare sempre più fino alla cessazione totale nel 2014. Poi chi sarà in rosso dovrà chiudere. La legge del mercato, applicata forse tardivamente. La fine definitiva di un'era che ha cambiato radicalmente la vita dell'essere umano. Secondo per importanza solo alla scoperta del fuoco e della ruota, il carbone ha modificato completamente il corso della storia dell'umanità: motore della rivoluzione industriale sette-ottocentesca e addirittura alla base della moderna Europa; nel 1950 il carbone ispirò Robert Schuman, gettando le basi per il processo di unità europea e dando vita, nel 1951, alla Ceca (Comunità del carbone e dell'acciaio). Con il passare degli anni le miniere e i giacimenti di carbone del Vecchio Continente però sono diventati sempre meno importanti: nel 1973 i nove membri dell'Europa estraevano 233 milioni di tonnellate di fossile l'anno. Oggi i 27 membri ne estraggono 147 milioni, il 2,5% della produzione mondiale. Il mercato del carbone oggi si muove ad oriente, in Cina, che detiene il record mondiale di estrazione (47% del totale). Ogni anno l'Europa importa 180 milioni di tonnellate di combustibile fossile per far fronte al fabbisogno delle sue centrali. In Italia il 15% dell'energia elettrica proviene dal carbone. In Germania il 40%; difatti il governo tedesco ha espresso forti perplessità in merito al provvedimento. Ma non è solo un discorso economico. L'Europa, come è noto, ha ambizioni "verdi". Incentivi agli impianti eolici, solari, geotermici, non hanno senso se poi il mercato viene inquinato dall'industria del carbone, la cui produzione interna in Europa comporta inoltre un altissimo volume di emissioni di CO2 e polveri varie. Con costi elevatissimi. Ora ne dovranno discutere i governi prima ed il Parlamento europeo poi. Forse la Befana, dal 2014, porterà ai bimbi d'Europa non più carbone ma oli vegetali. (Agenzia radicale)
La Consulta dice 'no' a carcere obbligatorio per gli stupri e la prostituzione minorile La Corte Costituzionale boccia in parte le norme introdotte dal decreto del 2009 in materia di misure cautelari per chi è indagato per violenza sessuale, atti sessuali con minori e induzione o sfruttamento della prostituzione minorile. Perché il carcere non dovrebbe essere automatico, ma si dovrebbe valutare caso per caso. Il decreto n.11/2009, per la Consulta viola i principi costituzionali nella parte in cui prevede che, quando sussistano gravi indizi di colpevolezza per questi reati, debba essere applicata la custodia cautelare in carcere. E ciò escludendo la possibilità per il giudice di scegliere un altro tipo di misura cautelare, anche quando sia opportuno alla luce di "specifici elementi acquisiti".Nella sentenza n. 265 (il cui relatore è Giuseppe Frigo) depositata oggi, si fa notare che nel regime delle custodie cautelari il tratto saliente "conforme al quadro costituzionale" è quello di "non prevedere automatismi né presunzioni". Piuttosto, si esige che "le condizioni e i presupposti per l'applicazione di una misura cautelare restrittiva della libertà personale siano apprezzati e motivati dal giudice sulla base della situazione concreta". E "per quanto odiosi e riprovevoli - scrive la Corte - i fatti che integrano i delitti in questione ben possono essere e in effetti spesso sono meramente individuali, e tali, per le loro connotazioni, da non postulare esigenze cautelari affrontabili solo e rigidamente con la massima misura". Ecco perché la norma impugnata, viola l'articolo 3 della Costituzione, che sancisce il principio di uguaglianza, "per l'ingiustificata parificazione dei procedimenti relativi ai delitti in questione a quelli concernenti i delitti di mafia, nonché per l'irrazionale assoggettamento ad un medesimo regime cautelare delle diverse ipotesi concrete riconducibili ai paradigmi punitivi considerati", e l'articolo 13, primo comma, "quale referente fondamentale del regime ordinario delle misure cautelari privative della libertà personale". E infine, l'articolo 27, secondo comma, "in quanto attribuisce alla coercizione processuale tratti funzionali tipici della pena". A sollevare il caso di fronte ai giudici della Consulta erano stati i gip di Belluno e Venezia, e il Tribunale del Riesame di Torino. (Adnkronos)
Choc a Kiev, cani randagi 'cremati' in vista degli europei di calcio Iniziativa choc a Kiev, dove le autorità hanno deciso di ‘ripulire' le strade dai cani randagi in vista degli europei di calcio del 2012 che si giocheranno in Polonia e Ucraina. I cani verranno cremati all'istante in forni crematori mobili dopo essere stati avvelenati con un veleno per topi. Contro l'iniziativa, che sta sollevando un mare di polemiche, sono insorti gli animalisti. Interpellato sulla vicenda per ora il comune di Kiev si è trincerato dietro un no comment. I poveri animali verranno bruciati all'istante in forni crematori mobili dopo essere stati avvelenati con un veleno per topi. Insorgono gli animalisti, il comune non commenta (Adnkronos)
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